Archivio per ‘Abusi’

Un bambino viene abusato:

giovedì, agosto 13th, 2009

 

 

Non tacere,non dimenticare,non rimuovere,non negare.

Tutti i bambini e i giovani hanno nella loro vita degli eventi avversi, a volte traumi più o meno gravi conseguenti  ad esperienze che un bambino non è opportuno ne giusto che faccia

È opinione corrente che bisogna aiutare a “dimenticare”. Ma, dimenticare implicherebbe un processo di rimozione determinato dall’incapacità di sostenere psicologicamente la realtà dell’accaduto.

Cosa non fare

Dimenticare ,negare normalizzare, per evitare che si verifichino delle distorsioni dello sviluppo: se si dimentica,si tace,si nega, presto o tardi, quando ci si trova a vivere un altro momento di debolezza o di confusione, le conseguenze del trauma rispunterebbero fuori attraverso la produzione di difficoltà o sintomi, provocando nuovi ed ulteriori danni.

I traumi  rimossi o negati o normalizzati, si incistano in una parte della personalità, che può essere gravemente danneggiata ,minacciando le aree più sane  in una pericolosa ri-traumatizzazione .

Il danno non cessa così con il cessare della esperienza traumatica , ma continua ad agire nel mondo interiore sia negli eventi negativi ma anche danneggiando gli eventi positivi sperimentati in tutto il corso della vita; ogni individuo,bambino-adolescente-adulto, sarà spinto verso situazioni concrete che ne attivano e confermano il potenziale distruttivo interno come una forza che prosegue a danneggiare,.

Un’altra conseguenza delle esperienze non elaborate  o mantenute segrete è lo sviluppo di una grande sfiducia verso il mondo e verso gli esseri umani: traditi dalle persone di cui ci si fida e non avendo ricevuto adeguate garanzie di protezione e di giustizia, si sviluppa verso il mondo una  sfiducia che va a coinvolgere anche quelle persone che, poi, possono essere disponibili a dare aiuto.

Per mantenere la propria solidità, bisogna evitare  di “dimenticare”, ma anche evitare  di enfatizzarne l’esperienza come fosse stato un atto eroico

Cosa fare, allora?

Non dimenticare ma anche non tacere e condividere la propria esperienza con persone di cui ci si può fidare e che si sente che possono accogliere ed aiutare ad elaborare l’esperienza subita. Oltre ai propri genitori o quando ci si sente in difficoltà a parlarne con i propri genitori, si può pensare ad un insegnante, al proprio medico o rivolgendosi a quei professionisti  che sono esperti dei disagi e dei traumi dei bambini e dei ragazzi.

Questo processo di elaborazione ed integrazione, difficile e faticoso se compiuto da soli con le proprie risorse, potrà essere facilitato se effettuato all’interno della condivisione con persone disponibili, di cui ci si fida.

Il ricordo,  deve avere un posto circoscritto,  all’interno della memoria delle numerose esperienze negative vissute, delle piccole e grandi violenze subite nel corso della propria evoluzione.

Ricordare,condividere,elaborare e circoscrivere il ricordo delle esperienze subite  attiva la spinta vitale che ogni bambino e giovane possiede, una energia che fa   superare ogni ostacolo, permettendo di elaborare positivamente e trasformare le esperienze negative in energie positive da investire nella propria evoluzione.

In questi casi la natura e le conseguenze dei traumi superano le ferite dell’anima e un evento negativo,  può tradursi in una occasione di crescita .

Se non ci si fa ingabbiare  dalla società nel ruolo di vittima, si potrà dimostrare che nessun trauma è in assoluto una condanna ma, può addirittura essere un trampolino di lancio verso la realizzazione di sé

Le risorse riparative vengono utilizzate non solo per difendersi, ma anche per “produrre” maggiore umanità, facendo diventare una persona ferita in persona  creativa ,più sensibile ed attenta a se stessi agli altri e ai propri figli,quando avrà una sua famiglia, e che investirà le proprie energie per aiutare il prossimo.

Nel corso della propria vita , proseguendo a vivere la propria riparazione, potrà mettere questa competenza al servizio degli altri , tramite la cura che fornisce a chi può averne bisogno.

di Francesco Montecchi-relazione presentata il  “5 maggio 2009 – in occasione

della GIORNATA NAZIONALE CONTRO LA PEDOFILIA organizzata dalla Fondazione “ Luca Barbareschi”

Lo staff della “Cura del Girasole-Onlus” ha competenza per effettuare valutazioni diagnostiche e progetti terapeutici per bambini abusati e per la famiglia( vedi le attività della Onlus)

Gli abusi all’infanzia:le diverse forme cliniche

giovedì, luglio 9th, 2009

1. Definizione e classificazione degli abusi

La letteratura internazionale distingue in modo separato gli abusi dai maltrattamenti e le negligenze,mentre la nostra esperienza ci fa considerare gli “abusi all’infanzia”  una unica “patologia” purtroppo,  frequentemente, cronica, che si manifesta in diverse forme cliniche :raramente infatti il bambino abusato subisce una sola forma di abuso, ma, spesso, nel corso della sua vita sperimenta contemporaneamente più tipi di abuso. Nella realtà non sempre le diverse forme si trovano così separate come la classificazione propone. La classificazione delle diverse forme di abuso, è opportuno considerarlo un artifizio, teorico e didattico, per organizzare aspetti appartenenti a un problema complesso

La classificazione sviluppata dalla nostra osservazione clinica dei bambini abusati e da noi seguita già dal 1991 (Montecchi 1991) è stata recepita dalle Linee Guida della Regione Lazio e della SINPIA (Società Italiana di Neurologia e Psichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza) .

Solo recentemente sono stati aggiunti ai tre gruppi principali di abusi, anche la violenza assistita che riguarda i bambini testimoni della violenza familiare; anche se non sono direttamente abusati, questi bambini vivono, infatti, in un’atmosfera familiare intrisa di violenza, che causa loro gravi danni, talvolta superiori a quelli procurati dagli altri abusi.

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2. Le caratteristiche degli abusi

Gli abusi sui bambini presentano caratteristiche generali, utilizzabili per la comprensione e l’intervento in tutte le forme, e aspetti più specifici, caratteristici delle singole forme.

Le caratteristiche generali, valide in tutte le forme di abuso, sono sintetizzabili nei seguenti punti:

  1. l’abuso sui bambini può realizzarsi sia all’interno, sia all’esterno della famiglia;
  2. tende ad essere nascosto e negato da chi lo opera, ma anche da chi lo subisce o ne è a conoscenza, soprattutto in ambito familiare;
  3. è difficilmente rilevabile con sufficiente certezza;
  4. fin quando non sia stata effettuata una valutazione diagnostica che confermi l’abuso, è possibile parlare sempre e solo di situazioni di “sospetto abuso”, poiché :
  • il rilevamento di uno o più segni non definisce in modo automatico la situazione come “abuso”;
  • tutti i segni rilevati devono essere inseriti in un quadro globale di valutazione diagnostica, che non può essere svolta solo da chi ne rileva i segni (per complessità e assenza di strumenti necessari). La conferma di abuso deriva, oltre che dalle osservazioni del professionista dell’infanzia, da una valutazione medico- psicologico- sociale;
    • sullo sviluppo fisico e psicologico e sulla strutturazione della personalità;
    • sulla relazione con la famiglia;
    • sulla relazione con gli adulti al di fuori della famiglia;
    • sulla relazione con i coetanei;
  1. tutte le condizioni di abuso in cui vive un bambino incidono:
  1. la percezione della condizione di abuso varia a seconda del contesto socio-culturale; quando se ne rilevano i segnali in un bambino si deve quindi tenere conto anche delle radici culturali della famiglia;
  2. tende ad aggravarsi nel tempo, non ha una risoluzione spontanea.

Lo staff della “Cura del Girasole-Onlus” ha competenza per effettuare valutazioni diagnostiche e progetti terapeutici per bambini abusati e per la famiglia( vedi le attività della Onlus)

di Francesco Montecchi tratto dal libro “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-Franco Angeli-Editore2005

L’abuso dei figli nelle separazioni coniugali conflittuali

giovedì, luglio 9th, 2009

1. Conflittualità genitoriale e disagio dei figli

Una delle forme di abuso cui si sta recentemente prestando attenzione riguarda la violenza psicologica cui sono sottoposti i figli di genitori, la cui relazione di coppia sia estremamente conflittuale, un fenomeno che coinvolge un numero molto ampio di bambini. Nel Lazio le attuali statistiche mostrano che circa il 40% delle coppie sposate avrà un’unione che terminerà in un divorzio.

Ansie, timori, momenti depressivi sono sempre presenti nell’evoluzione normale del bambino, ma sono normalmente contenute, controllate e trasformate attraverso valide relazioni familiari. L’esplosione di un’intensa conflittualità e la rottura del legame tra i genitori fanno invece riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche, timori di abbandono, angosce persecutorie e depressive, causate dalla mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti, costringendolo a cercare a qualsiasi prezzo la garanzia e la certezza di riferimenti affettivi stabili.

Questi importanti vissuti emotivi non sono specifici delle separazioni ma si ritrovano anche in condizioni di non separazione quando le relazioni familiari sono patologiche e patogene. In questi casi infatti le situazioni cliniche osservate non sono dissimili dalle situazioni di separazione conflittuale.

L’elemento patologizzante non è la separazione in sé, ma il tipo e la qualità di relazione che, da sempre presente nella storia di queste coppie, si slatentizza nel suo potenziale perverso e distruttivo durante e a separazione avvenuta. Nella maggior parte dei bambini osservati all’interno dell’U.O. di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, le radici del disagio risalgono alla gravidanza e ai primi anni di vita. Assenti dalla mente dei genitori fin dalla gravidanza, questi bambini continuano a restarne assenti, anche quando i genitori si separano, non venendo riconosciuti nella loro realtà e nei loro bisogni evolutivi.

In termini psicologico-relazionali si tratta di processi che iniziano molto prima che ci sia la notifica da parte dell’ufficiale giudiziario e che si concludono molto dopo che la causa sia effettivamente definita a livello giuridico.

2. Separazione e divorzio

La domanda che ci poniamo abitualmente è se e quanto l’evento separazione-divorzio sia dannoso per i bambini.

In alcuni studi riguardanti i bambini figli di genitori separati, confrontati con bambini figli di genitori non separati, è stato evidenziato che il principale stress subito si registra durante l’anno successivo alla separazione attraverso un calo del rendimento scolastico, disturbi del ritmo sonno-veglia, riduzione della socializzazione, ridotta frequenza del sorriso.

Risultati più gravi emergono dagli studi clinici eseguiti abitualmente dagli psicoanalisti o dagli psicologi relazionali: la conflittualità dei genitori porta ad un’evoluzione patologica della personalità del bambino, evidenziando una difficoltà a sviluppare relazioni intime.

Il danno è indirettamente avvalorato anche dalle statistiche sulla criminalità, dove le famiglie disgregate sono indicate tra i fattori che contribuiscono alla devianza giovanile.

Nelle separazioni conflittuali, i bambini sono oggettivamente a rischio di danno evolutivo perché sono strumentalizzati ai fini della separazione dei genitori e della richiesta di risarcimento, economico e psicologico, che ne deriva. Queste coppie tendono a perdere qualsiasi tipo di rapporto sereno con l’ambiente circostante: tutto è finalizzato esclusivamente a vincere la causa, poiché il meccanismo legale pone la questione in termini di vittoria o di sconfitta, senza altre scelte possibili. Viene utilizzato tutto quello che può essere messo in atto per vincere la causa, compresi i bambini. Una tipica strumentalizzazione in queste situazioni è ad esempio quella di non far vedere il figlio al genitore che ritarda nel pagamento dell’assegno mensile.

In queste separazioni accade frequentemente che un genitore presenti l’altro come una persona cattiva, pericolosa, equivoca, disturbata, valutazioni ostentate davanti al bambino, costringendolo a scegliere e schierarsi dalla parte di un genitore, rifiutando contemporaneamente l’altro, una scelta che porta alla perdita affettiva di genitore e che viene vissuta dal bambino come un lutto da lui stesso causato.

Costretto a fare affermazioni in cui parla in termini esclusivamente positivi di un genitore o totalmente negativi dell’altro, il bambino non attacca solo il genitore reale, ma anche la corrispondente immagine interna. Il genitore che favorisce questi atteggiamenti scissi, non si rende conto del proprio potenziale danneggiante, né comprende che quando il figlio si accorgerà di essere usato, la sua fiducia nel genitore ne sarà danneggiata e con essa anche l’immagine interna. In tal modo il vissuto di perdita e di danneggiamento, riguarderà le immagini interne di entrambi i genitori.

Quando un bambino è costretto a negare e a rinunciare a uno dei due genitori, non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente a quella persona. La distruzione dell’immagine di un genitore si correla poi al danneggiamento dell’immagine dell’altro genitore.

I bambini non hanno bisogno dei genitori solo per essere accuditi nelle loro necessità concrete, ma necessitano di due genitori in grado di attivare i modelli interni del padre e della madre che, presenti come predisposizione interna, sono innescati dal rapporto reale. L’attivazione di questi modelli genitoriali interni, definiti da Jung (1935-54) “archetipi” è inoltre strettamente connessa ai modelli di maschile e femminile, plasmando il modo in cui il bambino vivrà le future relazioni affettive[1].

La distruzione delle immagini genitoriali determina importanti effetti negativi sulla personalità del bambino. L’esperienza clinica mostra come l’esclusione del genitore, la svalutazione del genitore allontanato, la continua messa in dubbio della fedeltà del bambino sono situazioni che, protratte nel tempo, portano allo sviluppo di numerose psicopatologie infantili. Per non essere sopraffatto dall’angoscia, il bambino utilizza spesso meccanismi difensivi di scissione e negazione, responsabili nei casi più gravi di strutturazioni psicotiche. I vissuti di perdita e lutto e le angosce abbandoniche orientano invece la personalità verso forme depressive

La conflittualità e la separazione dei genitori innescano nel bambino molteplici vissuti e fantasie. Egli tende spesso a colpevolizzarsi per il divorzio dei genitori, continua a fantasticare la loro riunificazione, anche molto tempo dopo la ricostituzione di nuovi legami affettivi dei genitori con un nuovo compagno/a. Il restare idealmente legati alla precedente struttura familiare determina delle distorsioni cognitive della reale situazione affettiva dei genitori. Queste distorsioni possono essere ulteriormente aggravate dai tentativi di manipolazione effettuati dai genitori e/o dai parenti, che tendono a spingere i bambini da una parte o dall’altra, all’interno del conflitto genitoriale.

Quando poi il bambino è spinto a rinunciare all’incontro con il genitore non affidatario, spesso il padre, ciò non è dovuto al timore o al rifiuto delle sue caratteristiche personali e del loro rapporto, ma alla percezione di non potersi appoggiare a lui e alla paura di perdere l’appoggio del genitore affidatario, percepito non come il migliore genitore, ma come il genitore più forte.

Il rifiuto-perdita di un genitore è percepito dal bambino come un abbandono, ai suoi occhi inoltre il genitore è colpevole di non esser sufficientemente forte da non farsi escludere. L’introiezione di un vissuto di abbandono attiva poi l’ansia e il timore di essere abbandonato anche dall’altro genitore. Si innesca in tal modo una catena che porta ad una difficoltà o incapacità a stabilire rapporti affettivamente importanti per il timore di essere sempre abbandonati.

Un ulteriore problema, che emerge nelle separazioni conflittuali, è quello degli abusi sessuali. Recentemente si sta assistendo a un incremento delle accuse di abusi sessuali compiuti dal padre o dal nuovo partner della madre, oppure all’accusa di far assistere il bambino ai rapporti sessuali tra un genitore e il suo o i suoi partner. Queste accuse a volte hanno un fondamento di verità, a volte però sono la proiezione e l’attribuzione all’altro coniuge di proprie fantasie o paure, percepite come reali, altre volte sono invece una accusa consapevolmente espressa, anche se non vera, utilizzata per colpire, aggredire e danneggiare l’ex marito e in qualche raro caso la ex moglie. Il bambino/a, specie se di età prescolare, subisce le descrizioni del genitore accusante, vi si identifica, assumendole, come vere. In questi casi anche se non c’è stato un vero e proprio abuso sessuale, viene comunque operata una violenza psicologica.

Questi genitori sono informati ripetutamente che il loro comportamento porterà danni psicologici gravi al bambino, ma nonostante questo rischio perseverano nei loro comportamenti pur di soddisfare il rancore e la rabbia verso l’ex partner. Le false denunce sono la forma esasperata di un fenomeno più generale di attacco al partner, che si manifesta sistematicamente, potendo assumere varie forme, a volte più comunemente con la richiesta di un certificato di malattia per il bambino, come ad esempio un’influenza, in modo da impedire la visita al genitore non affidatario.

L’esasperazione e la non elaborazione dei vissuti negativi dei coniugi si iscrive, come già sottolineato, nella logica intrinseca del procedimento giudiziario che conduce a “vincere” o a “perdere”. Un atteggiamento contrapposto agli effettivi interessi di salute psicologica delle persone coinvolte, e in particolare dei bambini. La ricerca e la priorità attribuita agli aiuti legali e alle soluzioni giudiziarie determina spesso anche un utilizzo strumentale della consulenza psicologica o psichiatrica. Il bambino viene portato dal medico o dallo psicoterapeuta per poi riciclare questa iniziativa all’interno della conflittualità legale. L’interesse dei genitori per la salute psichica del figlio viene così subordinato alla ostinata richiesta delle cartelle cliniche o di certificati da utilizzare come carburante della loro lotta. I sintomi del figlio sono utilizzati per dimostrare quanto sia dannoso mantenere il rapporto con l’altro genitore, o per ridurre quanto più possibile gli incontri con il genitore non affidatario, facendo in modo che gli incontri siano impediti o non siano soddisfacenti per il bambino.

La sofferenza o i veri e propri sintomi che il bambino manifesta quando deve separarsi da un genitore, o quando torna a casa, dopo la frequentazione dell’altro genitore, possono essere riletti in modo distorto. Ad esempio, possono essere considerati un segnale che il bambino vuole rimanere con il genitore da cui si distacca (considerazione buona), o come la chiara dimostrazione che il figlio non vuole andare dall’altro genitore (considerazione cattiva); il disagio del bambino può anche essere letto come il segno di quanto sia nociva la frequentazione dell’altro genitore. In questi casi i genitori non si rendono conto che il disagio e i sintomi del bambino esprimono i sentimenti penosi che questi sperimenta quando, trovandosi al centro del conflitto dei genitori, si sente devastato dal senso di colpa di star bene con un genitore e dal timore che questo suo affetto e attaccamento offendano l’altro genitore.

L’iter processuale collude con le tendenze della coppia a relazionarsi in termini di giusto/ingiusto, bravo/inefficiente, vittima/carnefice; che spesso inasprisce il conflitto, innescando una escalation, in cui entrambi i genitori preferiscono illudersi di fare il bene del figlio attraverso il raggiungimento della vittoria legale, piuttosto che aiutarlo in termini medici e psicologici. Un intervento terapeutico che porti a un cambiamento del figlio li costringerebbe invece a rinunciare al suo uso e al suo possesso, e li solleciterebbe a guardarsi dentro e a chiedersi cosa sottende certe ostinate iniziative fatte in nome del bene dei figli.

Sebbene esistano delle eccezioni, ossia delle separazioni che per alcuni motivi possono essere affrontate solo attraverso un meccanismo giudiziario, questi casi rimangono numericamente esigui. La maggior parte dei fallimenti matrimoniali potrebbe essere agevolmente gestita in termini di mediazione familiare. Va quindi incoraggiata, anche negli ambienti legali e giudiziari, una cultura che promuova l’utilizzazione della consulenza psicologica per il disagio dei figli e delle coppie separate. L’obiettivo di queste consulenze è definire e valorizzare “lo spazio dei figli”, aiutando i genitori a rileggere il loro conflitto in termini di disagio psichico, disinvestendo le energie dalla battaglia legale e utilizzandole per gestire la separazione in modo da non danneggiare i figli.

di Francesco Montecchi tratto dal libro “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-Franco Angeli-Editore2005


[1] Si veda anche Jung (1909-49; 1936-54; 1939-54).

La violenza familiare e i bambini silenziosi testimoni

giovedì, luglio 9th, 2009

1. I bambini testimoni di violenza

La recente attenzione per le diverse forme di abuso cui sono sottoposti i bambini quali il maltrattamento fisico e psicologico, le patologie delle cure e l’abuso sessuale, ha spinto ad ampliare questa classificazione, inserendovi anche le cosiddette condizioni di “abuso assistito”, situazioni nelle quali il bambino non è concretamente abusato, ma si trova in un contesto familiare violento e abusante che determina in lui conseguenze analoghe a quelle prodotte dalle altre forme di abuso.

L’esposizione costante alla violenza familiare costringe i bambini a doversi confrontare con i comportamenti violenti dei genitori, provocando un danneggiamento evolutivo che può coincidere con:

  • la normalizzazione dei comportamenti osservati;
  • l’interiorizzazione dei modelli relazionali;
  • i meccanismi identificativi (l’identificazione con l’aggressore o con la vittima);
  • l’inibizione delle proprie sane valenze aggressive;
  • la difficoltà o l’impossibilità di accedere a sentimenti di rabbia, odio, risentimento, che provocano paura o sensi di colpa;
  • la controidentificazione (ad esempio: “con i miei figli non sarò mai come mio padre”).

L’assistere ripetutamente a situazioni di violenza, se non adeguatamente elaborato dal bambino, può creare un disagio espresso con diverse modalità. I sintomi ricorrenti nei bambini testimoni di violenza comprendono difficoltà:

  • nell’area del comportamento (aggressività, crudeltà verso gli animali, comportamento antisociale, acting-out, iperattività);
  • nell’area emotiva (ansia, rabbia, depressione, basso livello di autostima);
  • nell’area cognitiva (scarso rendimento scolastico, ritardo nello sviluppo, ecc.);
  • nell’area fisica [difficoltà di addormentamento o disturbi del sonno, inadeguato sviluppo psicomotorio, sintomi psicosomatici (ad esempio eczema, enuresi, ecc)].

Come accade anche nelle altre forme di abuso, nel caso dei bambini testimoni di violenza, le patologie somatiche, psicofisiche e comportamentali derivavano dalla rigidità dei meccanismi di difesa, utilizzati in modo patologico. Il bambino testimone di violenza deve, infatti, attivare modalità difensive rigide per eludere la sofferenza derivante dalle sensazioni di paura, dolore, angoscia, colpa e vergogna.

Ma diversamente da ciò che accade al bambino direttamente abusato, il permanere in una atmosfera di ripetuta violenza rende inefficaci i meccanismi di rimozione e negazione, spingendolo invece a utilizzare il distanziamento affettivo. L’uso massiccio di questo meccanismo provoca la sterilizzazione delle emozioni, con un conseguente impoverimento emotivo e cognitivo (aumenta la soglia del dolore e/o si ha una caduta del rendimento scolastico).

Il processo di distanziamento affettivo può essere realizzato anche interrompendo o rinunciando al legame con uno dei genitori. Accade frequentemente infatti che questi bambini si alleino con un genitore, rifiutando l’altro. Questa alleanza può avere due differenti direzioni: il bambino si allea con il genitore percepito come “vittima” divenendone il difensore e il paladino, oppure si allea con il genitore considerato “aggressore”, riproponendone nel corso della crescita i medesimi comportamenti violenti (ad esempio picchia anche lui la madre).

Questo gioco di alleanze può fondarsi anche su processi identificativi particolarmente pericolosi per lo sviluppo del bambino. Il bambino non solo si allea, ma anche si identifica con il genitore vittima o con l’aggressore. Questo filo di alleanze-identificazioni può avvenire anche in base alla percezione di una maggiore potenza, non necessariamente corrispondente a un comportamento violento, poiché talvolta anche il ruolo di vittima può avere delle perverse valenze di potere.

L’evitamento della sofferenza può spingere questi bambini ad utilizzare anche altre modalità difensive, quali la scissione e l’idealizzazione, spingendoli a ignorare la percezione della famiglia reale, con le reazioni emotive che suscita, rifugiandosi nell’immagine fantastica di una famiglia ideale.

Notare come la sofferenza causata dall’assistere a situazioni di violenza, se non adeguatamente elaborata dal bambino, possa creare un disagio, non significa ovviamente affermare, in maniera deterministica, che ogni bambino testimone di violenza svilupperà problematiche e sintomi affini a quelli descritti. Individuare i rischi psicopatologici cui sono esposti questi bambini permette però agli operatori di riconoscere prontamente i segnali di un disagio che può assumere forme differenti.

La maggior parte delle descrizioni delle situazioni di violenza assistita e delle loro conseguenze provengono soprattutto dalle ricerche svolte su donne maltrattate dai propri partner. Si tratta in prevalenza di donne picchiate che si rivolgono ai centri antiviolenza per la protezione delle donne. Finora però sono rimasti fuori dal campo di osservazione le situazioni sommerse, che non arrivano ai centri, specie quelle in cui la violenza tra i partner è soprattutto psicologica o sessuale.

Lavorare con i bambini testimoni di violenza, ci siamo interrogati se puntare il focus dell’intervento sui diritti e i bisogni dei genitori o su quelli dei bambini. Non sempre infatti i diritti e bisogni degli adulti corrispondono a quelli dei bambini; ad esempio una donna picchiata ha diritto di essere protetta, allontanando il marito violento da casa o offrendole un luogo dove potersi allontanare con i figli. Ma questo allontanamento dal o del marito-padre non corrisponde al diritto-bisogno del bambino di mantenere il rapporto con entrambi i genitori.

Mentre nei centri antiviolenza il fulcro dell’intervento è sostenere i diritti e le necessità delle donne maltrattate, la nostra scelta è stata quella di orientare l’intervento sui bambini e sul loro naturale bisogno di mantenere il rapporto reale con entrambi i genitori, pur riconoscendo la prioritaria necessità di proteggerli dalle ripetute esposizioni alla violenza familiare. Questa scelta si basa sulla conoscenza dello sviluppo affettivo del bambino.

2. Genitori reali e immagini genitoriali interne

Prima di esporre i presupposti del trattamento dei bambini testimoni di violenza, è necessario delineare alcune caratteristiche dello sviluppo del bambino.

Nel corso della propria vita, il bambino ha la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori, che non gli forniscono solo le cure fisiche e affettive di cui ha bisogno ma sono determinanti per la costruzione del mondo interno del figlio. Per comprendere il ruolo che i genitori rivestono nella costruzione della psiche infantile, è necessario far brevemente ricorso ai modelli teorici elaborati dalla psicologia dinamica, in particolare al modello della psiche elaborato da Jung e sviluppato da Fordham (1944-1969) e Neumann (1963).

Fin dalla antichità l’organizzazione familiare ha permesso agli individui di avere una struttura sociale che garantisse la loro esistenza. Nonostante esistano vari modelli di famiglia, l’esperienza di avere dei genitori che provvedono allo sviluppo dei figli è un’esperienza comune alla maggior parte delle culture, un’esperienza radicata negli strati più profondi della psiche, che costituisce un modello organizzativo.

Jung (1935-54;1909-49;1939-54) considera le figure del padre e della madre degli archetipi. Nel modello junghiano (Jung 1921, 1928, 1935-54, 1947-54), gli archetipi sono delle modalità di comportamento costituite da un polo istintuale e corporeo, connesso con i bisogni e le pulsioni, e da un polo spirituale e psichico, connesso con la capacità di sperimentare e rappresentare il mondo attraverso immagini che appartengono al patrimonio collettivo.

L’idea che padre e madre siano, come sostiene Jung, archetipi, immagini migrate nell’inconscio attraverso numerose generazioni, indipendentemente dal padre e madre reali, potrebbe essere relegata a semplice mitologia, se l’esperienza clinica, mediata dalla teoria e dalla pratica della psicologia del profondo, non ci confermasse questa ipotesi (Petri 1999).

L’esistenza all’interno della psiche dell’archetipo del padre e della madre non è tuttavia sufficiente a determinare lo sviluppo del bambino che necessita della relazione con i genitori reali. Secondo Jung il patrimonio archetipico, deve essere attivato, fin dalla nascita, dall’incontro con la realtà. L’attivazione degli archetipi genitoriali, uno dei cui aspetti riguarda l’appagamento dei bisogni primari, come quella di tutta la struttura archetipica, avviene attraverso gli stimoli ambientali. Il bambino afferra il seno della madre sotto la spinta dell’archetipo materno che è già pronto ad essere costellato (Jung 1909-49). Nel corso della propria vita il bambino ha la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori, anche se questi non gli forniscono le cure fisiche, affettive di cui ha bisogno, la loro presenza reale è determinante per la costruzione del suo mondo interno. Il padre e la madre reali hanno infatti la funzione di attivare nel bambino le immagini genitoriali corrispondenti.

L’incontro del bambino con i genitori reali non attiva però solo le immagini interne del Padre e della Madre, ma costella anche l’archetipo della Famiglia, costituito dalla triade madre-padre-bambino (Montecchi 1997b). La relazione con due oggetti d’amore, la madre e il padre offre inoltre al bambino/a due diverse possibilità di identificazione, una femminile e una maschile, necessarie al suo processo di maturazione. Dalla relazione con i genitori deriva quindi anche l’attivazione del Maschile e del Femminile. L’attivazione della funzione maschile e femminile orienta l’individuo nelle relazioni con il mondo esterno (il lavoro, gli affetti, le amicizie, le relazioni di coppia), la costellazione dell’archetipo della Famiglia è necessaria sia alla costruzione di un modello familiare interno, sia successivamente di una famiglia reale (ibidem).

Solo attraverso l’integrazione degli aspetti maschili e femminili veicolati dai genitori, il bambino potrà elaborare una immagine di sé unitaria e completa. Il bambino che vive i genitori nella loro realtà di padre o madre “buoni o cattivi potrà poi elaborare ed utilizzare l’esperienza. Quando invece è costretto a negare e a rinunciare a uno dei due genitori o non gli è possibile mantenere il rapporto con un genitore perché (ad esempio posto in condizioni di protezione), non rinuncia solo al genitore reale ma anche alla attivazione della immagine interna corrispondente. La perdita del legame con una figura genitoriale, che ha un ruolo determinante nello sviluppo, può provocare l’insorgere di patologie.

Le immagini genitoriali interne fanno parte della costruzione strutturale psichica di ogni individuo ed assumono importanti funzioni di guida nella conservazione dell’equilibrio psico-sociale. Tanto i futuri rapporti sociali, quanto la futura realizzazione del proprio ruolo di madre o di padre sono strettamente connessi al rapporto con i genitori reali e con i modelli interni che essi hanno attivato. L’alterazione e l’interruzione di questo processo può determinare delle carenze nell’assunzione della propria funzione sociale e genitoriale.

Questi considerazioni teoriche ci aiutano a comprendere quanto sia essenziale per lo sviluppo del bambino poter mantenere il rapporto con entrambi i genitori. In presenza di situazioni difficili, come accade nelle situazioni di violenza assistita, ci si può chiedere se sia corretto mantenere il rapporto del bambino con il genitore anche se questi è incompetente o pericoloso. La nostra esperienza ci porta ad affermare che, salvaguardate le esigenze di protezione del bambino, risulta meno dannoso il confronto con un genitore reale, che ne permetta di metterne a fuoco ed elaborarne gli aspetti positivi e negativi, piuttosto che l’eliminazione di una figura essenziale allo sviluppo. Di fronte a un genitore assente o poco conosciuto, il bambino invece di confrontarsi con i limiti del genitore, provando a integrarne le caratteristiche, può reagire demonizzandolo e rifiutandolo, o, al contrario, idealizzandolo. In ogni caso la sua immagine genitoriale rimarrà scissa e il bambino non potrà utilizzare il rapporto con il genitore per modificare l’attivazione unilaterale dell’aspetto positivo o negativo dell’archetipo materno o paterno.

3. Il trattamento dei bambini testimoni di violenza

Queste riflessioni hanno orientato il nostro intervento con i bambini testimoni di violenza, spingendoci a:

  • proporre un approccio innovativo, teso sia alla protezione dei bambini testimoni di violenza e alla difesa delle immagini genitoriali interne e della famiglia interna, sia al recupero della genitorialità, al fine di favorire uno sviluppo psico-affettivo del bambino, per quanto possibile, sufficientemente adeguato;
  • intervenire sulla famiglia reale e sulle potenzialità del nucleo familiare, permettendo al bambino di rimanere nel suo ambiente, qualora siano presenti nella famiglia delle risorse trasformative. In questa ottica il collocamento extrafamiliare è ritenuto opportuno solo in quei rari casi in cui appare l’unico strumento in grado di proteggere il bambino dal reiterato assistere alla violenza familiare e da pressioni psicologiche che possono comprometterne lo sviluppo psicofisico.

A questo scopo la “Cura del Girasole-Onlus” ha realizzato, il progetto “Accoglienza dei bambini testimoni di violenza”.

Il progetto è rivolto in particolare:

  • ai bambini testimoni di violenza;
  • ai genitori attori e vittime della violenza;
  • ai vari professionisti che entrano in contatto con le situazioni di conflittualità e violenza familiare.

I servizi offerti comprendono:

  1. la consulenza telefonica ai genitori ed ai professionisti di area socio-sanitaria, legale e giudiziaria;
  2. la valutazione diagnostica;
  3. la definizione del progetto terapeutico;
  4. l’attivazione dell’intervento terapeutico.

Il progetto prevede

  • la diagnosi integrata, medica, psicologica, sociale;
  • le iniziative per la protezione dei bambini.

Gli obiettivi dell’intervento sui bambini testimoni di violenza e sui genitori sono:

  • messa a fuoco ed elaborazione delle reazioni emotive suscitate dalla violenza assistita, gestendo l’aggressività, la paura, l’ansia, la depressione, la vergogna e il senso di colpa inevitabilmente attivati;
  • supporto, tutela e terapia psicologica dei bambini;
  • supporto, tutela e terapia della famiglia;
  • recupero, se possibile, del rapporto con entrambe le figure genitoriali, rispettando il bisogno fondamentale del bambino di aver garantita la relazione affettiva con la madre e il padre.

Il progetto prevede varie forme di intervento rivolte al bambino e ai genitori.

Al bambino possono essere indicati:

  • una psicoterapia individuale;
  • una psicoterapia di gruppo (gruppi differenziati per fasce di età);
  • una mediazione terapeutica delle relazioni bambini/genitori.
  • un supporto psichiatrico e psico-farmacologico, se necessario.

L’intervento sui genitori può comprende:

  • psicoterapia di gruppo;
  • terapia familiare e/o della coppia;
  • mediazione familiare.

di Francesco Montecchi tratto dal libro “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-Franco Angeli-Editore2005

Anoressia e Bulimia ed esperienze di abusi nell’infanzia

lunedì, gennaio 28th, 2008

Nella nostra di esperienza del lavoro con bambini(Montecchi 2002,2004) abusati e con  i/le giovani con DCA è un rilevo frequente l’incrocio tra queste due condizioni ma non è solo con l’abuso sessuale che si incrocino i problemi alimentari ,ma ,soprattutto,con gli abusi che hanno il corpo come area coinvolta nell’abuso..Maltrattamento fisico, abuso sessuale, sindrome di Münchausen per procura sono forme di abusi ai bambini che hanno come tema centrale la corporeità, sia come area su cui agisce l’abuso, sia come strumento attraverso cui è espresso il disagio, compromettendo la costruzione della immagine e della percezione corporea Nelle pazienti con DCA, che nella loro storia hanno avuto esperienze infantili di abusi, il disturbo alimentare acquista una connotazione protettiva molto più evidente che nelle altre pazienti anoressiche o bulimiche. Il desiderio di mantenere un corpo infantile diviene la strategia utilizzata per sottrarsi sia al richiamo delle aree pulsionali emergenti, sia all’interesse fisico dell’abusante.Chiudendola al richiamo della “carne”, propria e dell’abusante, la fobia del peso e del cibo permette loro di controllare un corpo un tempo usato, violato e umiliato, reso ora ripugnante e sempre meno visibile per evitare un contatto umano perverso. In quegli abusi cui fa seguito una patologia alimentare, la negazione del cibo e dei bisogni alimentari diventa così la metafora della negazione di ciò di cui si ha bisogno e che proviene dall’esterno, la negazione del bisogno dell’altro, dal momento che l’altro si è rivelato inaffidabile e traditore. Il cibo rifiutato corrisponde quindi al rifiuto del mondo, quel mondo che ha permesso il contesto abusante in cui la bambina è stata costretta a vivere.

La mortificazione della carneIl tradimento perpetrato dalla corporeità, tipico delle dinamiche psichiche adolescenziali, se appare amplificato nei vissuti delle pazienti anoressiche, in quelle abusate acquista toni ancora più intensi e drammatici. Il corpo ha, infatti, predisposto in passato queste adolescenti a un’esperienza di tradimento, per difendersi dalla quale hanno poi messo in atto delle strategie comportamentali, di cui può far parte anche l’instaurarsi di un disturbo alimentareProprio per i profondi mutamenti cui va inesorabilmente incontro, il corpo rappresenta agli occhi dell’adolescente un aspetto di sé vulnerabile e traditore che va mortificato, ma contemporaneamente rimane la fonte di sensazioni forti anche se dolorose, come la perversa erotizzazione del digiuno, della iperattività fisica, dell’abbuffata e del vomito, che divengono un abnorme atteggiamento difensivo contro tutto ciò che il rapporto con il cibo rappresenta. Dietro la relazione con un cibo vissuto come pericoloso e intrusivo si celano infatti tutti i rapporti con gli oggetti esterni, sperimentati come intrusione sessuale, fisica o mentale.Nei vissuti di questi bambini, i pensieri, le emozioni e le azioni dell’adulto abusante sono rimasti dei corpi estranei, innestati nell’apparato mentale dei pazienti, conservando nel tempo il loro carattere di inappartenenza all’ambiente emotivo che, suo malgrado, li ospita. La loro mancata “digestione” emotiva li consegna all’impossibilità di essere “metabolizzati”, cioè elaborati e, quindi, dimenticati. Come un corpo estraneo, l’abusante occupa gran parte dello spazio mentale del bambino, da cui è vissuto come un persecutore onnisciente che rimane incistato nella psiche e quindi non “digerito”, quindi non “assimilato”, non “escreto”, impossibile da dimenticare. Inibita la via “digestiva” non resta che la via del digiuno o del vomito.

Il contributo della “Cura del Girasole- OnlusIl Centro Clinico di Roma ,via Gregorio VII 186 può offrire consulenza clinica ai giovani e famiglie con possibilità di realizzare progetti terapeuticiAccoglienza telefonica psicologica tel. 06-39911284  Segreteria tel. 06-6381992 onlus@lacuradelgirasole.it

A cura di Francesco Montecchi

Neuropsichiatria, psicologo-analista

tel.0639376484

mail montecchif@lacuradelgirasole.it

Tratto dal libro di :F. Montecchi

“Dal bambino minaccioso al bambino minacciato.Gli abusi sui bambini e la violenza: prevenzione, rilevamento e trattamento”

Franco Angeli Editore

Anoressia , bulimia e abuso

sabato, gennaio 12th, 2008

Capita spesso di incontrare adolescenti e giovani adulti che  manifestano un  disturbo del comportamento alimentare ma non altrettanto spesso , gli stessi, parlano di eventuali esperienze di abuso  sessuale  o maltrattamento fisico o altre forme di abuso subite in un momento della loro vita, vicino o lontano all’esordio del disturbo alimentare stesso.

E’ possibile un confronto tra chi ha avuto queste esperienze? Potebbe essere utile e utilizzabile per molte persone!

Gli abusi dell’infanzia e la violenza familiare

sabato, dicembre 22nd, 2007

 

 

L’abuso all’infanzia , nelle sua diverse forme, è un problema che sta emergendo da alcuni  anni e non ci sono dati statistici  precisi di riferimento, né i numeri delle denuncie al Tribunale Penale o al Tribunale per i Minorenni possono fornire una quantificazione esatta del problema poiché non tutti i casi di abuso arrivano ai servizi socio-sanitarie/o all’autorità giudiziaria.

Il problema degli abusi  e della violenza familiare è un fenomeno sommerso che emergere soprattutto attraverso le condizioni di disagio mentale familiare e infanto- adolescenziale  e spesso necessita di un intervento specialistico in grado di “ svelare il segreto” e di attivare azioni di tutela  e cura per il bambino e la famiglia. Diverse sono le forme di abuso all’infanzia come mostra lo schema che segue e spesso  si riscontrano più forme applicate contemporaneamente sul bambino o in fasi conseguenti

  1. L’abuso fisico

  2. L’abuso psicologico

  3. Patologia delle cure

  4. L’abuso sessuale

  5. Violenza assista 

Definizioni delle diverse forme cliniche dell’abuso all’infanzia

 

1. Abuso fisico

Si parla di abuso fisico o di maltrattamento fisico quando i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino eseguono o permettono che si producano lesioni fisiche, o mettono i bambini in condizioni di rischiare lesioni fisiche. Uno studio effettuato su un campione nazionale di 19 Pronto Soccorso Pediatrici (Gruppo Nazionale PES 2000) attestava un Intervallo di Confidenza della frequenza di casi dubbi, quasi certi e certi compreso tra il 2 ed il 3%.

Sulla base della gravità delle lesioni, l’abuso viene distinto in:

- di grado lieve: lesioni che non necessitano di ricovero;

- di grado moderato: quando è necessario il ricovero (ustioni, fratture, traumi cranici);

- di grado severo: quando il bambino viene ricoverato in rianimazione con gravi sequele neurologiche fino alla morte.

 

2. Abuso psicologico (maltrattamento psicologico come forma attiva di abuso  e incuria psicologica come forma passiva)

L’abuso psicologico consiste in comportamenti attivi od omissivi che vengono giudicati psicologicamente dannosi in base a principi comuni e indicazioni tecniche specifiche.

Questi comportamenti vengono agiti individualmente o collettivamente da persone che, per particolari caratteristiche (es: età, cultura, condizione sociale) sono in posizione di potere rispetto al bambino.Tali comportamenti possono danneggiare anche in modo irreversibile lo sviluppo affettivo, cognitivo, relazionale e fisico del bambino (Intrnational Conference on Psychological Abuse of Children and Youth, 1983).L’abuso psicologico include: gli atti di rifiuto, di terrorismo psicologico, di sfruttamento, di isolamento e allontanamento del bambino dal contesto sociale (Garbarino e Garbarino, 1980)

3. Patologia delle cure

La patologia della somministrazione delle cure riguarda quelle condizioni in cui i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino non provvedono adeguatamente ai suoi bisogni, fisici e psichici, in rapporto al momento evolutivo e all’età.

La patologia della somministrazione delle cure comprende pertanto tre categorie cliniche (Montecchi, 1999):

l’incuria vera e propria si realizza quando le cure sono carenti;

- la discuria si realizza quando le cure vengono fornite ma in modo distorto, non appropriato al momento evolutivo, mantenendo il bambino in una fase evolutiva regredita ( rispetto all’età) o avanzata;

l’ipercura si realizza quando le cure sono somministrate in eccesso e sono caratterizzate dalla “ medicalizzazione” del bambino,  comprende:

a) La sindrome di Munchausen per procura (MPS)

Nel DSM-IV la sindrome viene definita come “Disturbo Fittizio con Segni e Sintomi Fisici Predominanti (300.19)”. Si tratta di un  disturbo psicopatologico che comporta un controllo volontario da parte del soggetto che simula la malattia, talora con lucida convinzione delirante. Quando queste persone hanno figli, esse possono spostare la loro convinzione di malattia su questi: le storie dei sintomi e delle malattie vengono inventate dai genitori (quasi sempre la madre) riferendole ai propri figli, i quali vengono in tal modo sottoposti ad accertamenti clinici inutili e a cure inopportune.Tutti gli organi sono bersagli potenziali, i sintomi riferiti e attribuiti al bambino dipendono unicamente dal tipo di fantasia della madre e dalle sue conoscenze mediche. Talora, può avvenire che una MPS produca una falsa denuncia di abuso sessuale.

b) Medical shopping per procura

Si tratta di bambini che hanno sofferto nei primi anni di vita di una malattia e da allora vengono portati dai genitori da un numero spesso elevatissimo di medici per disturbi di minima entità, in quanto  i genitori sembrano percepire lievi patologie come gravi minacce per la vita del bambino. Il disturbo materno è di tipo ansioso-ipocondriaco; accogliendo le ansie e le preoccupazioni che la madre proietta sul figlio, è possibile rassicurarla sullo stato di salute del figlio.

c)Abuso chimico

Con questo termine si indica l’anomala e aberrante somministrazione di sostanze farmacologiche o chimiche al bambino per determinare la sintomatologia e ottenere il ricovero ospedaliero. Tale abuso va sospettato quando i sintomi non sono spiegabili sulla base delle consuete indagini di laboratorio e soprattutto se tali sintomi si accentuano o insorgono ogni volta che la madre ha un contatto con il bambino. Va sottolineato che la madre continua a somministrare la sostanza tossica anche in ambiente ospedaliero e la diagnosi può essere formulata solo quando dopo l’allontanamento della madre si assiste alla rapida risoluzione del quadro clinico e nella ricerca della sostanza nelle urine e nel sangue.

e) Sindrome da indennizzo per procura

Si tratta di quei casi in cui il bambino presenta i sintomi riferiti dai genitori, in situazioni in cui è previsto un indennizzo economico. Il quadro clinico segue spesso un trauma cranico e si presenta con sintomi che variano a seconda delle conoscenze mediche della famiglia (cefalea, vertigini, difficoltà di concentrazione, astenia, disturbi della memoria). La motivazione si lega inconsapevolmente al risarcimento e la sindrome si risolve con la totale e improvvisa guarigione una volta ottenuto il risarcimento stesso.

4. L’abuso sessuale  

Con abuso sessuale si intende il coinvolgimento  di soggetti immaturi e dipendenti in attività sessuali, con assenza di completa consapevolezza e possibilità di scelta, in violazione dei tabù familiari  o delle differenze generazionali , agito da familiari , conoscenti estranei.

a) Abusi sessuali intrafamiliari ( manifesti e mascherati)

Si riconoscono tre diversi sottogruppi:

-  abusi sessuali manifesti  ( riguardano contatti con le zone intime tra bambino e abusante) ;

-  abusi sessuali mascherati ( pratiche igieniche incongrue quali i lavaggi dei genitali, le ispezioni ripetute anali, vaginali e le applicazioni di creme);

-   pseudoabusi ( o falsi abusi sessuali, abusi dichiarati ma in realtà non concretamente consumati).

b) abusi sessuali extrafamiliari

 Manifesti  e/o mascherati in cui l’abusante  è esterno alla famiglia nucleare: conoscente, amici di famiglia, sconosciuti, pedofili.

5.  Violenza assistita

Per violenza assistita intrafamiliari  si intende  l’esperire, da parte del bambino/a, qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica  su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative  adulte o minori. Il bambino può farne esperienza direttamente ( quando essa avviene nel suo campo percettivo) , indirettamente ( quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Si include l’assistere a violenze di minori su altri bambini e/o su altri membri della famiglia ed ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici .

E’ una forma di abuso la cui rilevazione necessita  del preliminare riconoscimento della violenza intrafamiliari diretta.

Numerose sono state le iniziative e la nascita di servizi per la prevenzione, il rilevamento e la diagnosi ma scarse sono le risorse  territoriali per la “ cura” il “ trattamento” individuale e familiare.  La Onlus intende offrire strumenti di aiuto, all’individuo , alla famiglia e alla società che  attraverso le seguenti attività:

Prevenzione degli abusi all’infanzia attraverso:

 

  • sostegno psicologico alle donne in gravidanza e alla coppia genitoriale
  • sensibilizzazione collettiva sul problema
  • formazione specialistica dei professionisti dell’infanzia e dell’adulto;
  • valutazione medica e psicologica,  del disagio emotivo del bambino, dell’adolescente , del giovane adulto e della famiglia;
  • “ cura – trattamento”  con progetto terapeutico integrati psicologico-psichiatrico , e socio-assistenziale;
  • “cura – trattamento”  degli  adulti che hanno avuto esperienze di abuso  od esperienze traumatiche nell’infanzia.