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	<title>La Cura del Girasole - ONLUS</title>
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	<description>"Associazione per la cura del disagio e dell'abuso sui minori"</description>
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		<title>La Sand Play therapy (terapia con il &#8220;gioco della sabbia&#8221; di D.Kalff)</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 12:15:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sand Play therapy]]></category>

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		<description><![CDATA[
 

La psicoterapia con il “gioco della sabbia”
              La terapia con il  &#8221;Gioco della sabbia&#8221;  viene presentato nel sito della Onlus  perchè è il metodo di psicoterapia maggiormente utilizzato nel Centro Clinico. 
              Il “gioco della sabbia”, noto anche come Sand Play Therapy,è stato ideato ideato dalla zurighese Dora Maria Kalff,allieva di C.G.Jung;dalla sua scuola si è istituita una società internazionale,la [...]]]></description>
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<td> </td>
<div>
<p align="center"><strong>La psicoterapia con il “<em>gioco della sabbia</em>”</strong></p>
<p>              La terapia con il  &#8221;Gioco della sabbia&#8221;  viene presentato nel sito della Onlus  perchè è il metodo di psicoterapia maggiormente utilizzato nel Centro Clinico. </p>
<p>              Il “gioco della sabbia”, noto anche come <em>Sand Play Therapy</em>,è stato ideato ideato dalla zurighese Dora Maria Kalff,allieva di C.G.Jung;dalla sua scuola si è istituita una società internazionale,la ISST(Int.Soc.for Sanplay Therapy) da cui poi in Italia si è costituita una associazione ,l’AISPT(Ass.Ital.Sand Play Therapy) che è stata riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione come Scuola di specializzazione alla psicoterapia (vedi il sito <a href="http://www.aispt.it)./">www.AISPT.it).</a>  Questo  metodo è un’originale applicazione del pensiero e della pratica junghiana alla psicoterapia dei bambini, pur essendo stato poi utilizzato anche nelle terapie degli adulti. Il materiale neces­sario a lavorare con questo metodo consiste in una stanza con delle scaffalature in cui ven­gono ordinati numerosi oggetti in miniatura secondo varie categorie (essere umani, animali, case, mezzi di trasporto, alberi, ecc.). Que sto materiale viene usato dal paziente dentro cas­sette, di dimensioni stabilite (cm. 57&#215;72x7), aventi  il fondo blu e contenenti sabbia</div>
<p align="center"> </p>
<div style="text-align: center;">
<dl id="attachment_337" style="width: 310px;"><img title="P1280293" src="http://lnx.lacuradelgirasole.it/wp-content/uploads/2009/08/P12802932-300x271.jpg" alt="la stanza di terapia con il &quot;gioco della sabbia&quot;" width="300" height="271" /> la stanza di terapia con il &#8220;gioco della sabbia&#8221;</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">                Il filo conduttore di questa forma di terapia è il concetto di “spazio libero” e nello stesso tempo “protetto” (Kalff 1966), riconducibile al termine alchemico di <em>temenos</em>, un luogo dove possono essere riunite tutte le parti scisse della personalità  e dove si possono sperimentare nuove possibilità e scoprire una nuova dimensione di sé. Tra i numerosi oggetti presenti nella stanza, il paziente sceglie quelli che costituiscono delle immagini significative e che rappre­sentano, in quel momento, “il linguaggio”, della sofferenza psichica, inesprimibile verbal­mente. Il “quadro di sabbia” che ne scaturisce, è una sintesi di interno ed esterno, di psichico soggettivo e di psichico oggettivo, cioè di personale e di archetipico (Kalff 1966, Montecchi 1993). la relazione sia sfumata o mediata da un’area intermedia, un &#8220;terzo spazio&#8221;, e  in ciò “il gioco della sabbia” (<em>Sand Play Therapy</em>) si inserisce come utile strumento in quanto questi rischi vengono ridotti.</p>
<p>                 Il metodo del “gioco della sabbia”  si è dimostrato, proprio per quanto so­stenuto finora, un mezzo molto valido per il trattamento analitico di bambini,adolescenti ed anche di adulti, specie in una prima fase in cui prevale il pensiero concreto e la capacità simbo­lica è carente;poi,quando questa capacità viene recuperata, i “quadri di sabbia” possono essere integrati con l’analisi verbale.</p>
<p>                 Nella terapia con il “gioco della sabbia”, pur esistendo una relazione terapeuta &#8211; paziente attenta e accettante, questa viene sfumata e le resistenze e le difficoltà sono smorzate e canalizzate sulla sabbiera. Prima ancora di trovare il terapeuta di fronte a sé, il/la paziente trova la sabbiera; i fenomeni trasferali e le resistenze più che essere dirette al terapeuta sono espresse e rappresentate nella sabbiera. Il carrello della sabbia funge da contenitore del rapporto paziente-terapeuta che potrebbe essere sentito come pericoloso.</p>
<p>                  La sabbiera offre appunto quest’opportunità fungendo da <em>temenos</em>, da spa­zio libero, protettivo e contenitivo, in cui il paziente ha la possibilità di prendere contatto con se stesso. Il “gioco della sabbia” incoraggia la paziente a prestare una maggiore attenzione, veicolata dalle immagini, alle proprie ri­sorse poco sviluppate, ai propri sentimenti e desideri e utilizzate, mante­nendo questa complessa dimensione interiore fuori dalle sollecitazioni am­bientali e dalla collera e angoscia che queste  attivano .</p>
<p>                  Anche il contratto terapeutico, in quanto “terzo spazio”, “libero e protetto” (Kalff 1966), trova nella cassetta della sabbia la sua rappresentazione concretamente visibile. L’attività di “gioco” deve essere contenuta dallo spazio fisico della sabbiera  e da una struttura che ne definisca i confini di luogo e di tempo, confini che hanno una funzione delimitante e protettiva . Ogni gioco ha bisogno di regole e anche nel gioco dell’analisi le regole diventano uno specifico <em>setting</em> Lo spazio “libero e protetto” della sabbiera  diventa anche la metafora del <em>setting</em> analitico:chi “gioca”può fare ciò che vuole,con la sabbia e con il materiale disponibile,ma, all’interno della cassetta della sabbia.</p>
<p>                   Ma lo “spazio libero e protetto”, è   anche la metafora della vita  per il cui  godimento e il piacere è necessario imparare e tollerare il limite e la rinuncia all’illimitatezza. l’uso del gioco permettono poi alla paziente di contattare aree psichiche molto arcaiche e di entrare in contatto con il” pia­cere”. Veicolato dalla sensorialità attivata dalla sabbia, attraverso il “gioco della sabbia”, questo piacere la paziente può gestirlo da sola..</p>
<p>            Rassicurato sulle  possibilità di contattare senza pericolo aree psichiche finora man­tenute scisse, il soggetto potrà anche gestire la relazione con il terapeuta con minore angoscia. Ciò innesca un<em> feedback </em>positivo: il sen­tirsi rassicurati permette di tollerare meglio la relazione e , questa aumen­tata tolleranza nei confronti di un rapporto significativo, come è quello tera­peutico, accresce anche il grado di rassicurazione sperimentato.</p>
<p>                 Nell&#8217;incontro analitico, accettando di costituirsi in coppia con l&#8217;analista, il paziente, sotto la pressione delle proprie emozioni, più che parlare o rispondere ad un &#8220;compito”, tende ad “agire”. E&#8217; offrendogli uno strumento di gioco che questo “agire” può essere canalizzato, soprattutto quando la via verbale non permette di esprimere adeguatamente i propri disagi . Attraverso la rappresentazione scenica, il paziente, invece, descriverà, prima o poi, ciò che ha difficoltà ad esprimere, perché non può o non vuol dirlo  e contenuti indistinti,confusi possono trovare la chiarificazione  attraverso una raffigurazione visibile.</p>
<p>                  Chi lavora con la sabbia utilizza frequentemente l’affermazione di Jung (1957-58,), il quale sostiene che &lt;&lt;<em>spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente</em>&gt;&gt;,e  le mani, infatti, a volte, parlano più chiaramente delle parole.</p>
<p>                  Se è vero che le mani parlano, è anche vero che bisogna pure saperle ascoltare, con un ascolto che non è solo uditivo. All’interno della relazione, infatti, l’analista vive, condivide e ascolta ciò che le mani e la corporeità esprimono.</p>
<p>                  Secondo gli enunciati di Jung (1957-58), i disturbi più che essere chiariti intellettualmente possono essere raffigurati mediante l’”immagine”; i pazienti, con le mani, hanno la possibilità di esprimere i  contenuti dell’inconscio , in tal modo le tensioni emergono come rappresentazione e solo dopo come comprensione.</p>
<p>                  Il rischio nel trattamento psicoterapico,è  di voler comprendere  e sopravvalutare l’aspetto contenutistico e l’interpretazione intellettuale, sottraendone il carattere,  essenzialmente simbolico: la raffigurazione ha bisogno della comprensione,e, la comprensione della raffigurazione: e, per Jung, le due tendenze sono integrate nella “Funzione Trascendente” , che permette un confronto paritario, evitando all’individuo di rimanere vittima degli svantaggi della unilateralità.</p>
<p>                  In tal modo ,nel”gioco della sabbia”la coscienza,attraverso le mani,la sabbiera,gli oggetti, presta al contenuto inconscio i suoi strumenti espressivi e ,nella dinamica tra rappresentazione e comprensione ,comincia il confronto tra l’io e l’inconscio.</p>
<p>                  In questa operazione l’Io assume una funzione centrale di guida: di fronte alla cassetta della sabbia e davanti agli oggetti, esso guida lo sviluppo dell’immaginario:sceglie su quali immagini concentrarsi, in quale direzione orientarle, come manipolarle, come sceglierle e trasformarle.</p>
<p>                  In tal modo, l’io si qualifica come emissario del Sé e  come braccio operativo del Sé ma ,alle pazienti con DCA da la percezione del controllare il processo terapeutico. Il g.d.s. si è situato tra i metodi di terapia che utilizzano il gioco e l’attività espressiva come strumento terapeutico in cui  il gesto ludico diviene il centro dell&#8217;attività del paziente, la messa in atto del suo mondo interno, un “teatro psichico” che evoca nella sua costruzione le rappresentazioni teatrali.</p>
<p>                    L’uso che la paziente fa dello spazio della sabbiera riflette inoltre il vis­suto e il rapporto con il proprio corpo e il contatto cor­poreo all’interno della relazione terapeutica , viene riproposta l’antica esperienza di cure materne o la esperienza avuta con la propria superficie corporea. L’esperienza della bocca attaccata al seno della madre e il contemporaneo contatto delle mani che afferrano il seno o che si aprono e chiudono dando il ritmo della suzione ,sono antiche esperienze percettive tattili neonatali</p>
<p>                    La manipolazione della sabbia asciutta ,fluida come l’acqua ,abrasiva come il fuoco, o se bagnata modellabile come la terra, suscita molteplici sensazioni tattili, che si traducono per il paziente in un ritorno al materno e al contatto con gli elementi primordiali: il paziente si ritrova confrontato tanto con il volto archetipico del materno, quanto con il materno personale. col corpo della madre che accoglie e che accarezza o che il bambino può manipolare ed esplorare; in tal modo non solo ri-sperimenta le cure materne ricevute, ma può, grazie all’attivazione dell’archetipo, modificare e riparare il proprio rapporto con la corporeità, facendo l’esperienza ordinatrice della Grande Madre Terra, da cui tutto si origina. Obiettivo della terapia del corpo è quello di aiutare il paziente a creare un atteggiamento di accudimento verso il proprio corpo, a non usarlo come un campo di battaglia o come un mezzo per esprimere paure segrete, ma ad accettarlo come una sorgente di sensazioni e bisogni.</p>
<p>                  Un’altra esperienza del “gioco della sabbia”è che il quadro della sabbia diventa anche metafora del proprio rispecchiarsi: già dalla nascita, per tutto il primo anno di vita, all’interno della fitta rete di interscambi tra madre e bambino è presente una relazione oculare. Riconoscendo o riconoscersi allo specchio o in fotografia, tracciare con le mani segni o disegni o colorare rappresentano passaggi cruciali nella crescita psicologica del bambino. Analogamente, la scena costruita nella sabbia diviene il rispecchiamento di sé della propria storia, riportando alla radice delle lesioni psichiche determinatesi nell’area del <em>vedere </em> e dell’<em>essere visti</em> che possono prodursi in età precocissima, in quell’arco spazio-temporale di vita dei zero-tre anni, che oscilla tra la fusionalità simbiotica e il rispecchiamento diadico.</p>
<p>                   Il paziente durante il suo gioco fa un’esperienza insolita di un adulto che lo guarda ,lo osserva empaticamente, e che poi insieme osservano il quadro.</p>
<p>                   Durante l’osservazione condivisa accade qualcosa di importante: il paziente che osserva il suo quadro ,osserva anche che il terapeuta osserva lui ,che osserva il proprio quadro. Ciò  attiva delle trasformazioni emotive  che partono dal proprio quadro osservato che vanno ad illuminarne il vissuto e la comprensione.</p>
<p>                   Avviene un qualcosa di analogo allo stadio dello specchio in cui il bambino rispecchiandosi con la madre si riconosce attraverso il riconoscimento della madre che lo guarda.</p>
<p>                   Riletto secondo il linguaggio bioniano , come le madri non sono specchi opaco-riflettenti, né passive, ma ridanno indietro le emozioni del figlio  in forme modificate,rese pensiero, cosi il terapeuta non si limita a funzionare come contenitore asettico ma, si può dire che gli elementi <em>beta </em>del paziente contenuti nella scena della sabbia,possono essere trasformarsi in elementi <em>alfa </em>,attraverso la funzione di <em>reverie</em> del terapeuta che trasforma le emozioni trasmesse dal paziente attraverso le immagini, e le rende riconoscibili e pensabili</p>
<p><strong>Bibliografia</strong><strong> </strong></p>
<p>Montecchi F.; <em>Giocando con la sabbia. La psicoterapia con bambini e adolescenti e la “Sand Play Therapy</em>”, Franco Angeli   Ed., Milano 1994</p>
<p>Montecchi F<em>.; Il gioco della sabbia nella pratica analitica</em> Franco Angeli   Ed., Milano 1997</p>
<p>Montecchi F.; <em>Il cibo mondo,persecutore minaccioso I disturbi del Comportamento Alimentare dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza:per comprendere,valutare,curare</em>, Franco Angeli Ed., Milano 2009</p>
<p>*Per informazioni sulla scuola di psicoterapia con il &#8220;gioco della sabbia&#8221; visitare il sito <a href="http://www.aispt.it">www.aispt.it</a></p>
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		<title>Le attività per i disagi emotivi</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 22:14:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>montecchif</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio emotivo]]></category>

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		<description><![CDATA[Per le  diverse condizioni di  disagio emotivo  espresse attraverso depressioni, stati d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivo, discontrollo degli impulsi, etc.
La Onlus intende offrire strumenti di aiuto, all’individuo , alla famiglia attraverso le seguenti attività:
1)      Valutazione psicologico-psichiatrica.
2)      Trattamento individuali  e familiari, se necessaria, psicofarmacologica.
3)      Attività di counseling e:
 

sostegno alla cure genitoriali nelle diverse fasi evolutive del bambino
sostegno a persone o  ad eventuali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per le  diverse condizioni di  disagio emotivo  espresse attraverso depressioni, stati d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivo, discontrollo degli impulsi, etc.</p>
<p>La Onlus intende offrire strumenti di aiuto, all’individuo , alla famiglia attraverso le seguenti attività:</p>
<p>1)      Valutazione psicologico-psichiatrica.</p>
<p>2)      Trattamento individuali  e familiari, se necessaria, psicofarmacologica.</p>
<p>3)      Attività di counseling e:</p>
<p> </p>
<ul>
<li>sostegno alla cure genitoriali nelle diverse fasi evolutive del bambino</li>
<li>sostegno a persone o  ad eventuali parenti che si occupano dei bambini in assenza o  in supporto  ai   genitori</li>
<li>consulenza  di coppia per gli adolescenti/ adulti </li>
</ul>
<p>4)     Interventi fuori sede :</p>
<p> </p>
<ul>
<li>    supporto psicologico  domiciliare</li>
<li>    raccordo con la  scuola </li>
<li>     lavoro di rete con professionisti di altri servizi</li>
</ul>
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		<title>Cattivo sonno e depressione post-parto</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 21:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>montecchif</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio familiare]]></category>
		<category><![CDATA[aituo ai genitori]]></category>
		<category><![CDATA[genitori]]></category>

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Nelle donne che hanno partorito ,il cattivo sonno è connesso alla depressione post-parto indipendentemente da altri fattori di rischio. E&#8217; dunque importante chiedere alle neo-madri che lamentano astenia che influenza abbia la cattiva qualità del sonno sulla loro funzionalità diurna, e se vi siano nella loro vita altri fattori che potrebbero contribuire alla mancanza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt"><span>Nelle donne che hanno partorito ,il cattivo sonno è connesso alla depressione post-parto indipendentemente da altri fattori di rischio. E&#8217; dunque importante chiedere alle neo-madri che lamentano astenia che influenza abbia la cattiva qualità del sonno sulla loro funzionalità diurna, e se vi siano nella loro vita altri fattori che potrebbero contribuire alla mancanza di energie: i medici dovrebbero infatti fornire a queste pazienti un&#8217;occasione di discutere di modi di sentire difficili da gestire. Il cattivo sonno può aumentare il rischio di depressione in alcune donne, ma dato che ad essa sono associati anche altri fattori di rischio precedentemente noti, le madri con depressione post-parto non riportano semplicemente sintomi di deprivazione cronica di sonno. Il sonno di donne con un&#8217;anamnesi di depressione potrebbe essere più sensibile alle variazioni psicobiologiche associate al parto: il sonno potrebbe agire da moderatore fra fattori di rischio di depressione e precipitazione della depressione stessa nelle donne vulnerabili a queste variazioni nei ritmi del sonno dopo il parto. Il trattamento di problemi del sonno materni può ridurre la depressione e <span> </span>il trattamento della depressione materna migliora la qualità del sonno. (<em>Sleep</em>. 2009; 32: 847-55)</span><strong><span> </span></strong></p>
<p><span>Dal <strong>DoctorNews quotidiano web del medico italiano</strong></span><span> 10 luglio 2009 &#8211; Anno 7, Numero 125 </span></p>
<p><strong><em>Lo staff della “Cura del Girasole-Onlus” ha competenza per effettuare valutazioni diagnostiche e progetti terapeutici per i problemi emotivi del post-parto,sostegno ai genitori e alla famiglia( vedi le attività della Onlus</em></strong>)</p>
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		<item>
		<title>Un bambino viene abusato:</title>
		<link>http://lnx.lacuradelgirasole.it/?p=257</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 21:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>montecchif</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abusi]]></category>
		<category><![CDATA[abusi sui bambini]]></category>
		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
 
Non tacere,non dimenticare,non rimuovere,non negare.
Tutti i bambini e i giovani hanno nella loro vita degli eventi avversi, a volte traumi più o meno gravi conseguenti  ad esperienze che un bambino non è opportuno ne giusto che faccia
È opinione corrente che bisogna aiutare a “dimenticare”. Ma, dimenticare implicherebbe un processo di rimozione determinato dall’incapacità di sostenere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non tacere,non dimenticare,non rimuovere,non negare.</strong></p>
<p>Tutti i bambini e i giovani hanno nella loro vita degli eventi avversi, a volte traumi più o meno gravi conseguenti  ad esperienze che un bambino non è opportuno ne giusto che faccia</p>
<p>È opinione corrente che bisogna aiutare a “dimenticare”. Ma, dimenticare implicherebbe un processo di rimozione determinato dall’incapacità di sostenere psicologicamente la realtà dell’accaduto.</p>
<p><strong><em>Cosa <span style="text-decoration: underline">non</span> fare</em></strong></p>
<p>Dimenticare ,negare normalizzare, per evitare che si verifichino delle distorsioni dello sviluppo: se si dimentica,si tace,si nega, presto o tardi, quando ci si trova a vivere un altro momento di debolezza o di confusione, le conseguenze del trauma rispunterebbero fuori attraverso la produzione di difficoltà o sintomi, provocando nuovi ed ulteriori danni.</p>
<p>I traumi  rimossi o negati o normalizzati, si incistano in una parte della personalità, che può essere gravemente danneggiata ,minacciando le aree più sane  in una pericolosa ri-traumatizzazione .</p>
<p>Il danno non cessa così con il cessare della esperienza traumatica , ma continua ad agire nel mondo interiore sia negli eventi negativi ma anche danneggiando gli eventi positivi sperimentati in tutto il corso della vita; ogni individuo,bambino-adolescente-adulto, sarà spinto verso situazioni concrete che ne attivano e confermano il potenziale distruttivo interno come una forza che prosegue a danneggiare,.</p>
<p>Un’altra conseguenza delle esperienze non elaborate  o mantenute segrete è lo sviluppo di una grande sfiducia verso il mondo e verso gli esseri umani: traditi dalle persone di cui ci si fida e non avendo ricevuto adeguate garanzie di protezione e di giustizia, si sviluppa verso il mondo una  sfiducia che va a coinvolgere anche quelle persone che, poi, possono essere disponibili a dare aiuto.</p>
<p>Per mantenere la propria solidità, bisogna evitare  di “dimenticare”, ma anche evitare  di enfatizzarne l’esperienza come fosse stato un atto eroico</p>
<p><strong><em>Cosa <span style="text-decoration: underline">fare</span>, allora?</em></strong></p>
<p>Non dimenticare ma anche non tacere e condividere la propria esperienza con persone di cui ci si può fidare e che si sente che possono accogliere ed aiutare ad elaborare l’esperienza subita. Oltre ai propri genitori o quando ci si sente in difficoltà a parlarne con i propri genitori, si può pensare ad un insegnante, al proprio medico o rivolgendosi a quei professionisti  che sono esperti dei disagi e dei traumi dei bambini e dei ragazzi.</p>
<p>Questo processo di elaborazione ed integrazione, difficile e faticoso se compiuto da soli con le proprie risorse, potrà essere facilitato se effettuato all’interno della condivisione con persone disponibili, di cui ci si fida.</p>
<p>Il ricordo,  deve avere un posto circoscritto,  all’interno della memoria delle numerose esperienze negative vissute, delle piccole e grandi violenze subite nel corso della propria evoluzione.</p>
<p>Ricordare,condividere,elaborare e circoscrivere il ricordo delle esperienze subite  attiva la spinta vitale che ogni bambino e giovane possiede, una energia che fa   superare ogni ostacolo, permettendo di elaborare positivamente e trasformare le esperienze negative in energie positive da investire nella propria evoluzione.</p>
<p>In questi casi la natura e le conseguenze dei traumi superano le ferite dell’anima e un evento negativo,  può tradursi in una occasione di crescita .</p>
<p>Se non ci si fa ingabbiare  dalla società nel ruolo di vittima, si potrà dimostrare che nessun trauma è in assoluto una condanna ma, può addirittura essere un trampolino di lancio verso la realizzazione di sé</p>
<p>Le risorse riparative vengono utilizzate non solo per difendersi, ma anche per “produrre” maggiore umanità, facendo diventare una <em>persona ferita</em> in <em>persona  creativa</em> ,più sensibile ed attenta a se stessi agli altri e ai propri figli,quando avrà una sua famiglia, e che investirà le proprie energie per aiutare il prossimo.</p>
<p>Nel corso della propria vita , proseguendo a vivere la propria riparazione, potrà mettere questa competenza al servizio degli altri , tramite la cura che fornisce a chi può averne bisogno.</p>
<p><em>di Francesco Montecchi-relazione presentata il  </em><em>&#8220;5 maggio 2009 &#8211; </em><em>in occasione</em><em></em></p>
<p><em>della GIORNATA NAZIONALE CONTRO LA PEDOFILIA </em><em>organizzata dalla Fondazione “ Luca Barbareschi&#8221;</em></p>
<p><span><strong>Lo staff della “Cura del Girasole-Onlus” ha competenza per effettuare valutazioni diagnostiche e progetti terapeutici per bambini abusati e per la famiglia( vedi le attività della Onlus)</strong></span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Gli abusi all’infanzia:le diverse forme cliniche</title>
		<link>http://lnx.lacuradelgirasole.it/?p=199</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 20:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abusi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://lnx.lacuradelgirasole.it/?p=199</guid>
		<description><![CDATA[1. Definizione e classificazione degli abusi

La letteratura internazionale distingue in modo separato gli abusi dai maltrattamenti e le negligenze,mentre la nostra esperienza ci fa considerare gli “abusi all’infanzia”  una unica “patologia” purtroppo,  frequentemente, cronica, che si manifesta in diverse forme cliniche :raramente infatti il bambino abusato subisce una sola forma di abuso, ma, spesso, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>1. Definizione e classificazione degli abusi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La letteratura internazionale distingue in modo separato gli abusi dai maltrattamenti e le negligenze,mentre la nostra esperienza ci fa considerare gli “abusi all’infanzia”  una unica “patologia” purtroppo,  frequentemente, cronica, che si manifesta in diverse forme cliniche :raramente infatti il bambino abusato subisce una sola forma di abuso, ma, spesso, nel corso della sua vita sperimenta contemporaneamente più tipi di abuso. Nella realtà non sempre le diverse forme si trovano così separate come la classificazione propone. La classificazione delle diverse forme di abuso, è opportuno considerarlo un artifizio, teorico e didattico, per organizzare aspetti appartenenti a un problema complesso</p>
<p style="text-align: justify;">La classificazione sviluppata dalla nostra osservazione clinica dei bambini abusati e da noi seguita già dal 1991 (Montecchi 1991) è stata recepita dalle Linee Guida della Regione Lazio e della SINPIA (Società Italiana di Neurologia e Psichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza) .</p>
<p style="text-align: justify;">Solo recentemente sono stati aggiunti ai tre gruppi principali di abusi, anche la violenza assistita che riguarda i bambini testimoni della violenza familiare; anche se non sono direttamente abusati, questi bambini vivono, infatti, in un’atmosfera familiare intrisa di violenza, che causa loro gravi danni, talvolta superiori a quelli procurati dagli altri abusi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Immagine 1.png" src="/wp-content/uploads/2009/Immagine 1.png" border="0" alt="Immagine 1.png" width="400" height="509" align="middle" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Le caratteristiche degli abusi</strong><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gli abusi sui bambini presentano caratteristiche generali, utilizzabili per la comprensione e l’intervento in tutte le forme, e aspetti più specifici, caratteristici delle singole forme.</p>
<p style="text-align: justify;">Le caratteristiche generali, valide in tutte le forme di abuso, sono sintetizzabili nei seguenti punti:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>l’abuso sui bambini      può realizzarsi sia all’interno, sia all’esterno della famiglia;</li>
<li>tende ad essere      nascosto e negato da chi lo opera, ma anche da chi lo subisce o ne è a      conoscenza, soprattutto in ambito familiare;</li>
<li>è difficilmente      rilevabile con sufficiente certezza;</li>
<li>fin quando non sia      stata effettuata una valutazione diagnostica che confermi l’abuso, è      possibile parlare sempre e solo di situazioni di “sospetto abuso”, poiché      :</li>
</ol>
<ul style="text-align: justify;">
<li>il rilevamento di uno o più segni non definisce in modo automatico la situazione come “abuso”;</li>
<li>tutti i segni rilevati devono essere inseriti in un quadro globale di valutazione diagnostica, che non può essere svolta solo da chi ne rileva i segni (per complessità e assenza di strumenti necessari). La conferma di abuso deriva, oltre che dalle osservazioni del professionista dell’infanzia, da una valutazione medico- psicologico- sociale;
<ul>
<li>sullo sviluppo fisico e psicologico e sulla strutturazione della personalità;</li>
<li>sulla relazione con la famiglia;</li>
<li>sulla relazione con gli adulti al di fuori della famiglia;</li>
<li>sulla relazione con i coetanei;</li>
</ul>
</li>
</ul>
<ol style="text-align: justify;">
<li>tutte le condizioni      di abuso in cui vive un bambino incidono:</li>
</ol>
<ol style="text-align: justify;">
<li>la percezione della      condizione di abuso varia a seconda del contesto socio-culturale; quando      se ne rilevano i segnali in un bambino si deve quindi tenere conto anche      delle radici culturali della famiglia;</li>
<li>tende ad aggravarsi      nel tempo, non ha una risoluzione spontanea<em>.</em></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h5 style="text-align: justify;">Lo staff della “Cura del Girasole-Onlus” ha competenza per effettuare valutazioni diagnostiche e progetti terapeutici per bambini abusati e per la famiglia( vedi le attività della Onlus)</h5>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Francesco Montecchi tratto dal libro<em> “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-</em>Franco Angeli-Editore2005</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L’abuso dei figli nelle separazioni coniugali conflittuali</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 20:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abusi]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Conflittualità genitoriale e disagio dei figli

Una delle forme di abuso cui si sta recentemente prestando attenzione riguarda la violenza psicologica cui sono sottoposti i figli di genitori, la cui relazione di coppia sia estremamente conflittuale, un fenomeno che coinvolge un numero molto ampio di bambini. Nel Lazio le attuali statistiche mostrano che circa il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>1. Conflittualità genitoriale e disagio dei figli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Una delle forme di abuso cui si sta recentemente prestando attenzione riguarda la violenza psicologica cui sono sottoposti i figli di genitori, la cui relazione di coppia sia estremamente conflittuale, un fenomeno che coinvolge un numero molto ampio di bambini. Nel Lazio le attuali statistiche mostrano che circa il 40% delle coppie sposate avrà un’unione che terminerà in un divorzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ansie, timori, momenti depressivi sono sempre presenti nell’evoluzione normale del bambino, ma sono normalmente contenute, controllate e trasformate attraverso valide relazioni familiari. L’esplosione di un’intensa conflittualità e la rottura del legame tra i genitori fanno invece riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche, timori di abbandono, angosce persecutorie e depressive, causate dalla mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti, costringendolo a cercare a qualsiasi prezzo la garanzia e la certezza di riferimenti affettivi stabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi importanti vissuti emotivi non sono specifici delle separazioni ma si ritrovano anche in condizioni di non separazione quando le relazioni familiari sono patologiche e patogene. In questi casi infatti le situazioni cliniche osservate non sono dissimili dalle situazioni di separazione conflittuale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento patologizzante non è la separazione in sé, ma il tipo e la qualità di relazione che, da sempre presente nella storia di queste coppie, si slatentizza nel suo potenziale perverso e distruttivo durante e a separazione avvenuta. Nella maggior parte dei bambini osservati all’interno dell’U.O. di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, le radici del disagio risalgono alla gravidanza e ai primi anni di vita. Assenti dalla mente dei genitori fin dalla gravidanza, questi bambini continuano a restarne assenti, anche quando i genitori si separano, non venendo riconosciuti nella loro realtà e nei loro bisogni evolutivi.</p>
<p style="text-align: justify;">In termini psicologico-relazionali si tratta di processi che iniziano molto prima che ci sia la notifica da parte dell’ufficiale giudiziario e che si concludono molto dopo che la causa sia effettivamente definita a livello giuridico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Separazione e divorzio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La domanda che ci poniamo abitualmente è se e quanto l’evento separazione-divorzio sia dannoso per i bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">In alcuni studi riguardanti i bambini figli di genitori separati, confrontati con bambini figli di genitori non separati, è stato evidenziato che il principale stress subito si registra durante l’anno successivo alla separazione attraverso un calo del rendimento scolastico, disturbi del ritmo sonno-veglia, riduzione della socializzazione, ridotta frequenza del sorriso.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultati più gravi emergono dagli studi clinici eseguiti abitualmente dagli psicoanalisti o dagli psicologi relazionali: la conflittualità dei genitori porta ad un’evoluzione patologica della personalità del bambino, evidenziando una difficoltà a sviluppare relazioni intime.</p>
<p style="text-align: justify;">Il danno è indirettamente avvalorato anche dalle statistiche sulla criminalità, dove le famiglie disgregate sono indicate tra i fattori che contribuiscono alla devianza giovanile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle separazioni conflittuali, i bambini sono oggettivamente a rischio di danno evolutivo perché sono strumentalizzati ai fini della separazione dei genitori e della richiesta di risarcimento, economico e psicologico, che ne deriva. Queste coppie tendono a perdere qualsiasi tipo di rapporto sereno con l’ambiente circostante: tutto è finalizzato esclusivamente a vincere la causa, poiché il meccanismo legale pone la questione in termini di vittoria o di sconfitta, senza altre scelte possibili. Viene utilizzato tutto quello che può essere messo in atto per vincere la causa, compresi i bambini. Una tipica strumentalizzazione in queste situazioni è ad esempio quella di non far vedere il figlio al genitore che ritarda nel pagamento dell’assegno mensile.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste separazioni accade frequentemente che un genitore presenti l’altro come una persona cattiva, pericolosa, equivoca, disturbata, valutazioni ostentate davanti al bambino, costringendolo a scegliere e schierarsi dalla parte di un genitore, rifiutando contemporaneamente l’altro, una scelta che porta alla perdita affettiva di genitore e che viene vissuta dal bambino come un lutto da lui stesso causato.</p>
<p style="text-align: justify;">Costretto a fare affermazioni in cui parla in termini esclusivamente positivi di un genitore o totalmente negativi dell’altro, il bambino non attacca solo il genitore reale, ma anche la corrispondente immagine interna. Il genitore che favorisce questi atteggiamenti scissi, non si rende conto del proprio potenziale danneggiante, né comprende che quando il figlio si accorgerà di essere usato, la sua fiducia nel genitore ne sarà danneggiata e con essa anche l’immagine interna. In tal modo il vissuto di perdita e di danneggiamento, riguarderà le immagini interne di entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando un bambino è costretto a negare e a rinunciare a uno dei due genitori, non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente a quella persona. La distruzione dell’immagine di un genitore si correla poi al danneggiamento dell’immagine dell’altro genitore.</p>
<p style="text-align: justify;">I bambini non hanno bisogno dei genitori solo per essere accuditi nelle loro necessità concrete, ma necessitano di due genitori in grado di attivare i modelli interni del padre e della madre che, presenti come predisposizione interna, sono innescati dal rapporto reale. L’attivazione di questi modelli genitoriali interni, definiti da Jung (1935-54) “archetipi” è inoltre strettamente connessa ai modelli di maschile e femminile, plasmando il modo in cui il bambino vivrà le future relazioni affettive<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La distruzione delle immagini genitoriali determina importanti effetti negativi sulla personalità del bambino. L’esperienza clinica mostra come l’esclusione del genitore, la svalutazione del genitore allontanato, la continua messa in dubbio della fedeltà del bambino sono situazioni che, protratte nel tempo, portano allo sviluppo di numerose psicopatologie infantili. Per non essere sopraffatto dall’angoscia, il bambino utilizza spesso meccanismi difensivi di scissione e negazione, responsabili nei casi più gravi di strutturazioni psicotiche. I vissuti di perdita e lutto e le angosce abbandoniche orientano invece la personalità verso forme depressive</p>
<p style="text-align: justify;">La conflittualità e la separazione dei genitori innescano nel bambino molteplici vissuti e fantasie. Egli tende spesso a colpevolizzarsi per il divorzio dei genitori, continua a fantasticare la loro riunificazione, anche molto tempo dopo la ricostituzione di nuovi legami affettivi dei genitori con un nuovo compagno/a. Il restare idealmente legati alla precedente struttura familiare determina delle distorsioni cognitive della reale situazione affettiva dei genitori. Queste distorsioni possono essere ulteriormente aggravate dai tentativi di manipolazione effettuati dai genitori e/o dai parenti, che tendono a spingere i bambini da una parte o dall’altra, all’interno del conflitto genitoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi il bambino è spinto a rinunciare all’incontro con il genitore non affidatario, spesso il padre, ciò non è dovuto al timore o al rifiuto delle sue caratteristiche personali e del loro rapporto, ma alla percezione di non potersi appoggiare a lui e alla paura di perdere l’appoggio del genitore affidatario, percepito non come il migliore genitore, ma come il genitore più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rifiuto-perdita di un genitore è percepito dal bambino come un abbandono, ai suoi occhi inoltre il genitore è colpevole di non esser sufficientemente forte da non farsi escludere. L’introiezione di un vissuto di abbandono attiva poi l’ansia e il timore di essere abbandonato anche dall’altro genitore. Si innesca in tal modo una catena che porta ad una difficoltà o incapacità a stabilire rapporti affettivamente importanti per il timore di essere sempre abbandonati.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ulteriore problema, che emerge nelle separazioni conflittuali, è quello degli abusi sessuali. Recentemente si sta assistendo a un incremento delle accuse di abusi sessuali compiuti dal padre o dal nuovo partner della madre, oppure all’accusa di far assistere il bambino ai rapporti sessuali tra un genitore e il suo o i suoi partner. Queste accuse a volte hanno un fondamento di verità, a volte però sono la proiezione e l’attribuzione all’altro coniuge di proprie fantasie o paure, percepite come reali, altre volte sono invece una accusa consapevolmente espressa, anche se non vera, utilizzata per colpire, aggredire e danneggiare l’ex marito e in qualche raro caso la ex moglie. Il bambino/a, specie se di età prescolare, subisce le descrizioni del genitore accusante, vi si identifica, assumendole, come vere. In questi casi anche se non c’è stato un vero e proprio abuso sessuale, viene comunque operata una violenza psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi genitori sono informati ripetutamente che il loro comportamento porterà danni psicologici gravi al bambino, ma nonostante questo rischio perseverano nei loro comportamenti pur di soddisfare il rancore e la rabbia verso l’ex partner. Le false denunce sono la forma esasperata di un fenomeno più generale di attacco al partner, che si manifesta sistematicamente, potendo assumere varie forme, a volte più comunemente con la richiesta di un certificato di malattia per il bambino, come ad esempio un’influenza, in modo da impedire la visita al genitore non affidatario.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esasperazione e la non elaborazione dei vissuti negativi dei coniugi si iscrive, come già sottolineato, nella logica intrinseca del procedimento giudiziario che conduce a “vincere” o a “perdere”. Un atteggiamento contrapposto agli effettivi interessi di salute psicologica delle persone coinvolte, e in particolare dei bambini. La ricerca e la priorità attribuita agli aiuti legali e alle soluzioni giudiziarie determina spesso anche un utilizzo strumentale della consulenza psicologica o psichiatrica. Il bambino viene portato dal medico o dallo psicoterapeuta per poi riciclare questa iniziativa all’interno della conflittualità legale. L’interesse dei genitori per la salute psichica del figlio viene così subordinato alla ostinata richiesta delle cartelle cliniche o di certificati da utilizzare come carburante della loro lotta. I sintomi del figlio sono utilizzati per dimostrare quanto sia dannoso mantenere il rapporto con l’altro genitore, o per ridurre quanto più possibile gli incontri con il genitore non affidatario, facendo in modo che gli incontri siano impediti o non siano soddisfacenti per il bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">La sofferenza o i veri e propri sintomi che il bambino manifesta quando deve separarsi da un genitore, o quando torna a casa, dopo la frequentazione dell’altro genitore, possono essere riletti in modo distorto. Ad esempio, possono essere considerati un segnale che il bambino vuole rimanere con il genitore da cui si distacca (considerazione buona), o come la chiara dimostrazione che il figlio non vuole andare dall’altro genitore (considerazione cattiva); il disagio del bambino può anche essere letto come il segno di quanto sia nociva la frequentazione dell’altro genitore. In questi casi i genitori non si rendono conto che il disagio e i sintomi del bambino esprimono i sentimenti penosi che questi sperimenta quando, trovandosi al centro del conflitto dei genitori, si sente devastato dal senso di colpa di star bene con un genitore e dal timore che questo suo affetto e attaccamento offendano l’altro genitore.</p>
<p style="text-align: justify;">L’iter processuale collude con le tendenze della coppia a relazionarsi in termini di giusto/ingiusto, bravo/inefficiente, vittima/carnefice; che spesso inasprisce il conflitto, innescando una escalation, in cui entrambi i genitori preferiscono illudersi di fare il bene del figlio attraverso il raggiungimento della vittoria legale, piuttosto che aiutarlo in termini medici e psicologici. Un intervento terapeutico che porti a un cambiamento del figlio li costringerebbe invece a rinunciare al suo uso e al suo possesso, e li solleciterebbe a guardarsi dentro e a chiedersi cosa sottende certe ostinate iniziative fatte in nome del bene dei figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene esistano delle eccezioni, ossia delle separazioni che per alcuni motivi possono essere affrontate solo attraverso un meccanismo giudiziario, questi casi rimangono numericamente esigui. La maggior parte dei fallimenti matrimoniali potrebbe essere agevolmente gestita in termini di mediazione familiare. Va quindi incoraggiata, anche negli ambienti legali e giudiziari, una cultura che promuova l’utilizzazione della consulenza psicologica per il disagio dei figli e delle coppie separate. L’obiettivo di queste consulenze è definire e valorizzare “lo spazio dei figli”, aiutando i genitori a rileggere il loro conflitto in termini di disagio psichico, disinvestendo le energie dalla battaglia legale e utilizzandole per gestire la separazione in modo da non danneggiare i figli.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Francesco Montecchi tratto dal libro<em> “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-</em>Franco Angeli-Editore2005</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[1]</a> Si veda anche Jung (1909-49; 1936-54; 1939-54).</p>
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		<title>La  violenza familiare  e i  bambini silenziosi  testimoni</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 20:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abusi]]></category>

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		<description><![CDATA[1. I bambini testimoni di violenza
 
La recente attenzione per le diverse forme di abuso cui sono sottoposti i bambini quali il maltrattamento fisico e psicologico, le patologie delle cure e l’abuso sessuale, ha spinto ad ampliare questa classificazione, inserendovi anche le cosiddette condizioni di “abuso assistito”, situazioni nelle quali il bambino non è concretamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>1. I bambini testimoni di violenza</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La recente attenzione per le diverse forme di abuso cui sono sottoposti i bambini quali il maltrattamento fisico e psicologico, le patologie delle cure e l’abuso sessuale,<em> </em>ha spinto ad ampliare questa classificazione, inserendovi anche le cosiddette condizioni di “abuso assistito”, situazioni nelle quali il bambino non è concretamente abusato, ma si trova in un contesto familiare violento e abusante che determina in lui conseguenze analoghe a quelle prodotte dalle altre forme di abuso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esposizione costante alla violenza familiare costringe i bambini a doversi confrontare con i comportamenti violenti dei genitori, provocando un danneggiamento evolutivo che può coincidere con:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>la normalizzazione dei comportamenti osservati;</li>
<li>l’interiorizzazione dei modelli relazionali;</li>
<li>i meccanismi identificativi (l’identificazione con l’aggressore o con la vittima);</li>
<li>l’inibizione delle proprie sane valenze aggressive;</li>
<li>la difficoltà o l’impossibilità di accedere a sentimenti di rabbia, odio, risentimento, che provocano paura o sensi di colpa;</li>
<li>la controidentificazione (ad esempio: “<em>con i miei figli non sarò mai come mio padre”).<strong> </strong></em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">L’assistere ripetutamente a situazioni di violenza, se non adeguatamente elaborato dal bambino, può creare un disagio espresso con diverse modalità. I sintomi ricorrenti nei bambini testimoni di violenza comprendono difficoltà:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>nell’area del comportamento (aggressività, crudeltà verso gli animali, comportamento antisociale, <em>acting-out</em>, iperattività);</li>
<li>nell’area emotiva (ansia, rabbia, depressione, basso livello di autostima);</li>
<li>nell’area cognitiva (scarso rendimento scolastico, ritardo nello sviluppo, ecc.);</li>
<li>nell’area fisica<strong> </strong>[difficoltà di addormentamento o disturbi del sonno, inadeguato sviluppo psicomotorio, sintomi psicosomatici (ad esempio eczema, enuresi, ecc)].</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Come accade anche nelle altre forme di abuso, nel caso dei bambini testimoni di violenza, le patologie somatiche, psicofisiche e comportamentali derivavano dalla rigidità dei meccanismi di difesa, utilizzati in modo patologico. Il bambino testimone di violenza deve, infatti, attivare modalità difensive rigide per eludere la sofferenza derivante dalle sensazioni di paura, dolore, angoscia, colpa e vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma diversamente da ciò che accade al bambino direttamente abusato, il permanere in una atmosfera di ripetuta violenza rende inefficaci i meccanismi di rimozione e negazione, spingendolo invece a utilizzare il distanziamento affettivo. L’uso massiccio di questo meccanismo provoca la sterilizzazione delle emozioni, con un conseguente impoverimento emotivo e cognitivo (aumenta la soglia del dolore e/o si ha una caduta del rendimento scolastico).</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo di distanziamento affettivo può essere realizzato anche interrompendo o rinunciando al legame con uno dei genitori. Accade frequentemente infatti che questi bambini si alleino con un genitore, rifiutando l’altro. Questa alleanza può avere due differenti direzioni: il bambino si allea con il genitore percepito come “vittima” divenendone il difensore e il paladino, oppure si allea con il genitore considerato “aggressore”, riproponendone nel corso della crescita i medesimi comportamenti violenti (ad esempio picchia anche lui la madre).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo gioco di alleanze può fondarsi anche su processi identificativi particolarmente pericolosi per lo sviluppo del bambino. Il bambino non solo si allea, ma anche si identifica con il genitore vittima o con l’aggressore. Questo filo di alleanze-identificazioni può avvenire anche in base alla percezione di una maggiore potenza, non necessariamente corrispondente a un comportamento violento, poiché talvolta anche il ruolo di vittima può avere delle perverse valenze di potere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’evitamento della sofferenza può spingere questi bambini ad utilizzare anche altre modalità difensive, quali la scissione e l’idealizzazione, spingendoli a ignorare la percezione della famiglia reale, con le reazioni emotive che suscita, rifugiandosi nell’immagine fantastica di una famiglia ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">Notare come la sofferenza causata dall’assistere a situazioni di violenza, se non adeguatamente elaborata dal bambino, possa creare un disagio, non significa ovviamente affermare, in maniera deterministica, che ogni bambino testimone di violenza svilupperà problematiche e sintomi affini a quelli descritti. Individuare i rischi psicopatologici cui sono esposti questi bambini permette però agli operatori di riconoscere prontamente i segnali di un disagio che può assumere forme differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle descrizioni delle situazioni di violenza assistita e delle loro conseguenze provengono soprattutto dalle ricerche svolte su donne maltrattate dai propri partner. Si tratta in prevalenza di donne picchiate che si rivolgono ai centri antiviolenza per la protezione delle donne. Finora però sono rimasti fuori dal campo di osservazione le situazioni sommerse, che non arrivano ai centri, specie quelle in cui la violenza tra i partner è soprattutto psicologica o sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavorare con i bambini testimoni di violenza, ci siamo interrogati se puntare il focus dell’intervento sui diritti e i bisogni dei genitori o su quelli dei bambini. Non sempre infatti i diritti e bisogni degli adulti corrispondono a quelli dei bambini; ad esempio una donna picchiata ha diritto di essere protetta, allontanando il marito violento da casa o offrendole un luogo dove potersi allontanare con i figli. Ma questo allontanamento dal o del marito-padre non corrisponde al diritto-bisogno del bambino di mantenere il rapporto con entrambi i genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre nei centri antiviolenza il fulcro dell’intervento è sostenere i diritti e le necessità delle donne maltrattate, la nostra scelta è stata quella di orientare l’intervento sui bambini e sul loro naturale bisogno di mantenere il rapporto reale con entrambi i genitori, pur riconoscendo la prioritaria necessità di proteggerli dalle ripetute esposizioni alla violenza familiare. Questa scelta si basa sulla conoscenza dello sviluppo affettivo del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Genitori reali e immagini genitoriali interne </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Prima di esporre i presupposti del trattamento dei bambini testimoni di violenza, è necessario delineare alcune caratteristiche dello sviluppo del bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della propria vita, il bambino ha la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori, che non gli forniscono solo le cure fisiche e affettive di cui ha bisogno ma sono determinanti per la costruzione del mondo interno del figlio. Per comprendere il ruolo che i genitori rivestono nella costruzione della psiche infantile, è necessario far brevemente ricorso ai modelli teorici elaborati dalla psicologia dinamica, in particolare al modello della psiche elaborato da Jung e sviluppato da Fordham (1944-1969) e Neumann (1963).</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dalla antichità l’organizzazione familiare ha permesso agli individui di avere una struttura sociale che garantisse la loro esistenza. Nonostante esistano vari modelli di famiglia, l’esperienza di avere dei genitori che provvedono allo sviluppo dei figli è un’esperienza comune alla maggior parte delle culture, un’esperienza radicata negli strati più profondi della psiche, che costituisce un modello organizzativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Jung (1935-54;1909-49<strong>;</strong>1939-54) considera le figure del padre e della madre degli archetipi. Nel modello junghiano (Jung 1921, 1928, 1935-54, 1947-54), gli archetipi sono delle modalità di comportamento costituite da un polo istintuale e corporeo, connesso con i bisogni e le pulsioni, e da un polo spirituale e psichico, connesso con la capacità di sperimentare e rappresentare il mondo attraverso immagini che appartengono al patrimonio collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea che padre e madre siano, come sostiene Jung, archetipi, immagini migrate nell’inconscio attraverso numerose generazioni, indipendentemente dal padre e madre reali, potrebbe essere relegata a semplice mitologia, se l’esperienza clinica, mediata dalla teoria e dalla pratica della psicologia del profondo, non ci confermasse questa ipotesi (Petri 1999).</p>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza all’interno della psiche dell’archetipo del padre e della madre non è tuttavia sufficiente a determinare lo sviluppo del bambino che necessita della relazione con i genitori reali. Secondo Jung il patrimonio archetipico, deve essere attivato, fin dalla nascita, dall’incontro con la realtà. L’attivazione degli archetipi genitoriali, uno dei cui aspetti riguarda l’appagamento dei bisogni primari, come quella di tutta la struttura archetipica, avviene attraverso gli stimoli ambientali. Il bambino afferra il seno della madre sotto la spinta dell’archetipo materno che è già pronto ad essere costellato (Jung 1909-49). Nel corso della propria vita il bambino ha la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori, anche se questi non gli forniscono le cure fisiche, affettive di cui ha bisogno, la loro presenza reale è determinante per la costruzione del suo mondo interno. Il padre e la madre reali hanno infatti la funzione di attivare nel bambino le immagini genitoriali corrispondenti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro del bambino con i genitori reali non attiva però solo le immagini interne del Padre e della Madre, ma costella anche l’archetipo della Famiglia, costituito dalla triade madre-padre-bambino (Montecchi 1997b). La relazione con due oggetti d’amore, la madre e il padre offre inoltre al bambino/a due diverse possibilità di identificazione, una femminile e una maschile, necessarie al suo processo di maturazione. Dalla relazione con i genitori deriva quindi anche l’attivazione del Maschile e del Femminile. L’attivazione della funzione maschile e femminile orienta l’individuo nelle relazioni con il mondo esterno (il lavoro, gli affetti, le amicizie, le relazioni di coppia), la costellazione dell’archetipo della Famiglia è necessaria sia alla costruzione di un modello familiare interno, sia successivamente di una famiglia reale (ibidem).</p>
<p style="text-align: justify;">Solo attraverso l’integrazione degli aspetti maschili e femminili veicolati dai genitori, il bambino potrà elaborare una immagine di sé unitaria e completa. Il bambino che vive i genitori nella loro realtà di padre o madre “buoni o cattivi<em>”</em> potrà poi elaborare ed utilizzare l’esperienza. Quando invece è costretto a negare e a rinunciare a uno dei due genitori o non gli è possibile mantenere il rapporto con un genitore perché (ad esempio posto in condizioni di protezione), non rinuncia solo al genitore reale ma anche alla attivazione della immagine interna corrispondente. La perdita del legame con una figura genitoriale, che ha un ruolo determinante nello sviluppo, può provocare l’insorgere di patologie.</p>
<p style="text-align: justify;">Le immagini genitoriali interne fanno parte della costruzione strutturale psichica di ogni individuo ed assumono importanti funzioni di guida nella conservazione dell’equilibrio psico-sociale. Tanto i futuri rapporti sociali, quanto la futura realizzazione del proprio ruolo di madre o di padre sono strettamente connessi al rapporto con i genitori reali e con i modelli interni che essi hanno attivato. L’alterazione e l’interruzione di questo processo può determinare delle carenze nell’assunzione della propria funzione sociale e genitoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi considerazioni teoriche ci aiutano a comprendere quanto sia essenziale per lo sviluppo del bambino poter mantenere il rapporto con entrambi i genitori. In presenza di situazioni difficili, come accade nelle situazioni di violenza assistita, ci si può chiedere se sia corretto mantenere il rapporto del bambino con il genitore anche se questi è incompetente o pericoloso. La nostra esperienza ci porta ad affermare che, salvaguardate le esigenze di protezione del bambino, risulta meno dannoso il confronto con un genitore reale, che ne permetta di metterne a fuoco ed elaborarne gli aspetti positivi e negativi, piuttosto che l’eliminazione di una figura essenziale allo sviluppo. Di fronte a un genitore assente o poco conosciuto, il bambino invece di confrontarsi con i limiti del genitore, provando a integrarne le caratteristiche, può reagire demonizzandolo e rifiutandolo, o, al contrario, idealizzandolo. In ogni caso la sua immagine genitoriale rimarrà scissa e il bambino non potrà utilizzare il rapporto con il genitore per modificare l’attivazione unilaterale dell’aspetto positivo o negativo dell’archetipo materno o paterno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>3. Il trattamento dei bambini testimoni di violenza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Queste riflessioni hanno orientato il nostro intervento con i bambini testimoni di violenza, spingendoci a:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>proporre un approccio innovativo, teso sia alla protezione dei bambini testimoni di violenza e alla difesa delle immagini genitoriali interne e della famiglia interna, sia al recupero della genitorialità, al fine di favorire uno sviluppo psico-affettivo del bambino, per quanto possibile, sufficientemente adeguato;</li>
<li>intervenire sulla famiglia reale e sulle potenzialità del nucleo familiare, permettendo al bambino di rimanere nel suo ambiente, qualora siano presenti nella famiglia delle risorse trasformative. In questa ottica il collocamento extrafamiliare è ritenuto opportuno solo in quei rari casi in cui appare l’unico strumento in grado di proteggere il bambino dal reiterato assistere alla violenza familiare e da pressioni psicologiche che possono comprometterne lo sviluppo psicofisico.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">A questo scopo la “Cura del Girasole-Onlus” ha realizzato, il progetto “Accoglienza dei bambini testimoni di violenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è rivolto in particolare:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>ai bambini testimoni di violenza;</li>
<li>ai genitori attori e vittime della violenza;</li>
<li>ai vari professionisti che entrano in contatto con le situazioni di conflittualità e violenza familiare.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">I servizi offerti comprendono:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>la consulenza telefonica ai genitori ed ai professionisti di area socio-sanitaria, legale e giudiziaria;</li>
<li>la valutazione diagnostica;</li>
<li>la definizione del progetto terapeutico;</li>
<li>l’attivazione dell’intervento terapeutico.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Il progetto prevede</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>la diagnosi integrata<em>, </em>medica, psicologica, sociale;</li>
<li>le iniziative per la protezione dei bambini.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Gli obiettivi dell’intervento sui bambini testimoni di violenza e sui genitori sono:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>messa a fuoco ed elaborazione delle reazioni emotive suscitate dalla violenza assistita, gestendo l’aggressività, la paura, l’ansia, la depressione, la vergogna e il senso di colpa inevitabilmente attivati;</li>
<li>supporto, tutela e terapia psicologica dei bambini;</li>
<li>supporto, tutela e terapia della famiglia;</li>
<li>recupero, se possibile, del rapporto con entrambe le figure genitoriali, rispettando il bisogno fondamentale del bambino di aver garantita la relazione affettiva con la madre e il padre.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Il progetto prevede varie forme di intervento rivolte al bambino e ai genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Al bambino possono essere indicati:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>una psicoterapia individuale;</li>
<li>una psicoterapia di gruppo (gruppi differenziati per fasce di età);</li>
<li>una mediazione terapeutica delle relazioni bambini/genitori.</li>
<li> un supporto psichiatrico e psico-farmacologico, se necessario.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">L’intervento sui genitori può comprende:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>psicoterapia di gruppo;</li>
<li>terapia familiare e/o della coppia;</li>
<li> mediazione familiare.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Francesco Montecchi tratto dal libro<em> “Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato-</em>Franco Angeli-Editore2005</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Esordio del disturbo alimentare</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 21:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi del comportamento alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[Le trasformazioni adolescenziali e l’esordio del di­sturbo alimentare 

Questo complesso intreccio di trasformazioni fisiche, endocrinologiche e psicologiche, che scandisce il normale passaggio adolescenziale, può far emergere manifestazioni morbose, tipiche di quest’età il cui fulcro è costi­tuito dal tema corporeo. La fisiologica “crisi adolescenziale”, in particolari situazioni, nelle quali è evidente un antico disagio del bambino/a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><strong>Le trasformazioni adolescenziali e l’esordio del di­sturbo alimentare </strong></p>
<p style="text-align: justify; ">
<p style="text-align: justify; ">Questo complesso intreccio di trasformazioni fisiche, endocrinologiche e psicologiche, che scandisce il normale passaggio adolescenziale, può far emergere manifestazioni morbose, tipiche di quest’età il cui fulcro è costi­tuito dal tema corporeo. La fisiologica “crisi adolescenziale”, in particolari situazioni, nelle quali è evidente un antico disagio del bambino/a e della fa­miglia, assume differenti caratteristiche patologiche, dove la scelta del lin­guaggio sintomatico cambia in base a una complessa rete di variabili indivi­duali, familiari e sociali.</p>
<p style="text-align: justify; ">La risposta che la famiglia fornisce ai cambiamenti dell’adolescente e il modo con cui ne accoglie la nuova presenza corporea assumono un’impor­tanza fondamentale. La gratificazione, la rassicurazione, il rinforzo positivo sono i presupposti basilari per mantenere questo momento critico entro am­biti di normalità, che diverrebbero patologici se la famiglia rispondesse in­vece con la svalutazione, con la derisione e con la richiesta di una corporeità non rispondente all’individualità del giovane, ma al mondo interno dei geni­tori e alla loro idealizzazione dei figli.</p>
<p style="text-align: justify; ">Se l’adolescente ha, fin dall’inizio della sua storia, fatto esperienza di una madre sufficientemente capace di adattarsi alle trasformazioni corporee della gravidanza e del parto e di accudire il corpo del figlio , potrà adat­tarsi senza troppi traumi alle trasformazioni fisiche, stabilendo un rapporto di cura e di confidenza con il proprio corpo. Pur riconoscendone i difetti (l’acne, i cuscinetti di grasso, le braccia troppo lunghe, il naso storto, ecc.), potrà imparare a prendersi gradualmente cura del suo corpo, cercando di mi­gliorarne quanto più possibile l’aspetto, accudendo in vari modi se stesso, come la madre aveva fatto con lui alla nascita. Ma se la prima esperienza di accudimento e di adattamento alle trasformazioni corporee è stata problema­tica, l’adolescente non potrà fruire di una buona esperienza appresa dalla propria madre, e si troverà privo di risorse a cui attingere.</p>
<p style="text-align: justify; ">È questo ciò che accade, nella patologia anoressica  e bulimica,dove la difficoltà con il corpo e con il cibo traduce, in un linguaggio somatico e concreto, le diffi­coltà vissute con le percezioni corporee, con le emozioni e con le relazioni; la difficoltà di relazione con il mondo diventa la difficile relazione con il cibo-mondo, le emozioni sono rilette come percezioni corporee, mentre le diverse pulsioni, specie quelle sessuali e aggressive, vengono ricondotte alla primitiva pulsione della fame. La dominanza di un’area problematica sulle altre, che si osserva all’esordio della sintomatologia, consente di evidenziare le diverse forme cliniche.</p>
<p style="text-align: justify; ">In una fase esistenziale nella quale bisogna uscire dalla famiglia ed entrare in relazione con il mondo esterno, l’adolescente traduce la sua dif­ficoltà a entrare in rapporto con un mondo sentito come pericoloso e perse­cutorio nella difficoltà di rapportarsi con il cibo. Il cibo-mondo è un oggetto fortemente desiderato e irraggiungibile, o minaccioso e cattivo che  non può far entrare dentro di sé o che deve vomitare dopo essersene nu­trita. L’oralità si carica di significati simbolici che riportano la ragazza alle prime fasi di vita, quando portare alla bocca un oggetto era il modo per co­noscerlo e quando attaccandosi al seno materno veniva in contatto con tutto ciò che era altro da sé. Il cibo diviene allora l’oggetto sul quale veicolare tut­te le difficoltà relazionali, trasformando la patologia delle relazioni in pato­logia del rapporto con il cibo.</p>
<p style="text-align: justify; ">L’emergere violento delle pulsioni sessuali e ag­gressive viene letto attraverso il linguaggio arcaico della fame. Come da bambina la fame e il rapporto con il cibo avevano permesso di esprimere un complesso intreccio di amore e odio, veicolando sensazioni piacevoli e spia­cevoli, così da adolescente  riutilizza questo linguaggio per co­municare agli altri il proprio mondo emotivo. La difficoltà di gestire queste pulsioni si traduce nella difficoltà di gestire la fame, che è la prima pulsione che il bambino ha sperimentato.</p>
<p style="text-align: justify; ">Negando la fame e obbligandosi al digiuno, l’anoressica nega un mondo emotivo che la spaventa e che non si sente capace di gestire in modo appro­priato. Anche la difficoltà a gestire le proprie emozioni, sentite come inac­cettabili e incontrollabili, utilizza la veste concreta del cibo e del corpo. Il rapporto difficile con le proprie emozioni assume le caratteristiche di un rapporto problematico con il proprio corpo, rievocando quella fase neonatale in cui le emozioni venivano rappresentate ed espresse attraverso le fruizioni fisiche e il contatto corporeo.</p>
<p style="text-align: justify; ">Parlando il linguaggio antico della fame, questa rete di difficoltà, in cui corpo, emozioni e relazioni sono le tre aree problematiche, assume un carat­tere regressivo che tenta di negare il processo trasformativo dell’adolescenza. Rifiutando di nutrirsi, l’anoressica rifiuta anche di crescere e di assumere la sua nuova identità. Lo sviluppo puberale obbliga infatti il ragazzo e la ra­gazza a una trasformazione corporea che prescinde dalla volontà e che asse­gna loro un’identità sessuale ineluttabile.</p>
<p style="text-align: justify; ">Soprattutto nel caso della ragazza, l’assunzione di un’identità femminile può essere sentita come particolar­mente rischiosa perché la espone a un ri­schio di dipendenza e perché la obbliga a “coabitare” con un corpo femmi­nile, che già dalle prime fasi di vita, attraverso il rapporto con la madre, è stato vissuto in modo problematico. La perdita del corpo infantile e l’acqui­sizione di inequivocabili tratti sessuali può essere percepita come una pro­fonda ferita narcisistica, che la incatena a un femminile-materno problema­tico; attraverso la negazione del corpo e dei suoi aspetti sessuati, l’anores­sica e la bulimica cerca di superare questa frustrazione.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify; ">Con la sua totale negazione del corpo, del sesso, della morte, lancia una grande sfida, facendo entrare la morte nel cuore della vita. In tal modo porta alle estreme conseguenze quel processo di sfida e di metamor­fosi, intesa come morte di alcune parti per la rinascita di altre, che è l’a­spetto caratteristico dell’adolescenza.</p>
<p style="text-align: justify; ">
<p style="text-align: justify; ">Tratto da; <strong>Montecchi F.</strong> <em>Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,c</em>urare Franco Angeli editore Milano 2009</p>
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		<title>I bambini ed il cibo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 21:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi del comportamento alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[“il cibo-mondo”?
L’alimentazione ,costituendo il primo rapporto del bambino con il mondo esterno, svolge una funzione essenziale fin dalla nascita. Non è legata soltanto al bisogno di essere nutrito, un biso­gno interno necessario al mantenimento della vita, ma costituisce anche un importante veicolo di relazione, sana o patologica, con il mondo esterno. alle prime fasi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“il cibo-mondo”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’alimentazione ,costituendo il primo rapporto del bambino con il mondo esterno, svolge una funzione essenziale fin dalla nascita. Non è legata soltanto al bisogno di essere nutrito, un biso­gno interno necessario al mantenimento della vita, ma costituisce anche un importante veicolo di relazione, sana o patologica, con il mondo esterno. alle prime fasi di vita, quando attaccandosi al seno materno veniva in contatto con tutto ciò che era altro da sé e portare alla bocca un oggetto era il modo per co­noscerlo. Il cibo diviene allora anche  l’oggetto sul quale veicolare tut­te le difficoltà relazionali, trasformando la patologia delle relazioni in pato­logia del rapporto con il cibo. Assume, quindi, un ruolo centrale nella vita del bambino e successivamente in quella dell’individuo adulto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa attraverso l’a­limentazione, che, oltre a costituire per il bambino una modalità relazionale estremamente importante, lo apre alla conoscenza del mondo. Ma l’alimento da ingerire,  rappresenta anche il mondo nella sua globalità: mangiare diviene un modo per afferrare il mondo e la zona orale non è solo fonte di piacere, ma anche di conoscenza della realtà  e veicolo di espressione del disagio.</p>
<p style="text-align: justify;">I bambini accettano volentieri gli alimenti,anche nuovi, quando hanno il piacere della conoscenza e della scoperta del mondo  e delle relazioni nel mondo, di cui il cibo è una espressione reale e simbolica . La prima esperienza che il bambino fa del cibo sarà,poi, la base delle relazioni col mondo. Fin dalla nascita, nell’essere nutrito, dalla figura materna impara il senso del piacere : il cibo buono, oltre a soddisfare il gusto e l’appetito gli rinforza l’immagine positiva delle cure materne, da cui impara il piacere e il dispiacere  nello stare al mondo  e lo esercita alla affettività e a reggere le frustrazioni e la sofferenza , al provare affetti, emozioni,e,più tardi ,a viversi una buona affettività e sessualità</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, nella patologia anoressica  e bulimica, la difficoltà con il corpo e con il cibo  è la traduzione, in un linguaggio somatico e concreto, delle diffi­coltà vissute con le percezioni corporee, con le emozioni e con le relazioni; la difficoltà di relazione con il mondo diventa, allora, la difficile relazione con il cibo-mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando il “cibo  diventa un “ <em>persecutore minaccioso”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se ,tuttavia , gli eventi interni o esterni, le cure che riceve non garantiscono certezza, sviluppa da ciò che è nuovo,  sentimenti di minacciosità,intrusione ,invasione della sua individualità. Tali vissuti persecutori nel rapporto con il mondo vengono fatti convergere  sul cibo,che è stato nella  vita il primitivo rapporto col mondo,divenendo persecutorio e minaccioso,e, da tutto ciò, dovrà, poi, proteggersi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tratto da; <strong>Montecchi F.</strong> <em>Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,c</em>urare Franco Angeli editore Milano 2009</p>
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		<title>I bambini e il mangiare</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 21:09:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi del comportamento alimentare]]></category>

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		<description><![CDATA[I bambini e il mangiare: il rapporto con il cibo come rapporto con il mondo

Ogni bambino presenta uno schema individuale di alimentazione, di ac­crescimento così come è fornito di un modello individuale di personalità. Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa attraverso l’a­limentazione, che, oltre a costituire per il bambino una modalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I bambini e il mangiare: il rapporto con il cibo come rapporto con il mondo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ogni bambino presenta uno schema individuale di alimentazione, di ac­crescimento così come è fornito di un modello individuale di personalità. Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa attraverso l’a­limentazione, che, oltre a costituire per il bambino una modalità relazionale estremamente importante, aprendolo alla conoscenza del mondo, è anche la prima rappresentazione di uno spazio decisionale tipicamente individuale. Ma l’alimento da ingerire, oggetto della fame, rappresenta anche il mondo nella sua globalità. Mangiare diviene un modo per afferrare il mondo, mentre espellere ed evacuare equivalgono a produrre e creare. La zona orale assume il valore di zona “gnosogena”, perché non è solo fonte di piacere, ma anche di conoscenza della realtà, come mostrano i miti, le fiabe e i sogni. Tanto il bambino quanto l’adulto possono, infatti, esprimere il desiderio di possedere e introiettare gli oggetti del mondo attraverso la voglia di mangiarli (Neumann 1949, 1963).L’atto del nutrire  e dell’alimentarsi non è solo soddisfare un bisogno per garantire la sopravvivenza ma è dall’inizio della vita un atto di relazione affettiva ma anche  sociale e di comunicazione. Connotato di valori emotivi e di ricezione di informazioni, il cibo rende persona umana differenziata dal mondo animale. È quindi necessario individualizzare l’educazione del comportamento alimen­tare, precursore di ogni successiva forma individuale di espressione e di sviluppo. Il bambino ,nell’essere nutrito, dalla figura materna impara il senso del piacere :il cibo buono oltre a soddisfare il gusto e l’appetito gli rinforza l’immagine della mamma buona da cui impara il piacere e il dispiacere  nello stare al mondo  e lo esercita alla affettività ,al provare affetti emozioni,e,più tardi ,a viversi una buona sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso del gusto e del piacere alimentare  sviluppa attraverso una trasmissione transgenerazionale,divenendo veicolo della trasmissione di valori sociali,cultuali ,affettivi, ma anche  intragenerazionale come conoscenza,scambio,emulazione.Gia intorno ai 3-5-anni i bambini hanno gia consolidato i loro orientamenti alimentari e la ritmicità dell’apporto alimentare(colazione ,pranzo,cena)Ma tutto ciò non avviene attraverso un insegnamento razionale,ma attraverso la condivisione e l’esempio dato dai genitori e la spiccata tendenza che il bambino ha ad imitare:i bambini accettano volentieri alimenti nuovi non su sollecitazione ma perché li vedono consumare dai propri genitori o da altri bambini (Rosati,Generoso 2006).Per ciò, ai genitori viene suggerito di non preoccuparsi dei rifiuti, evitare che il cibo sia una fonte di ansia e di  far amare la tavola,  di proporre i cibi in tavola apparecchiata in una atmosfera piacevole ,non da soli,mettendo in conto che nel corso della crescita  episodiche avversioni per certi cibi sono fisiologici:le condotte fisiologiche del mangiare,evacuare,dormire ,in condizioni di buona salute,se lasciate funzionare spontaneamente non creano problemi,mentre si modificano in eccesso o in difetto quando diventano prioritariamente uno strumento di comunicazione o contenitori di emozioni sgradevoli .  Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri i loro schemi educativi e le loro con­vinzioni alimentari, questa prima forzatura della personalità del bambino troverà successivamente il suo equivalente nel mancato riconoscimento delle sue scelte di vita. Nonostante siano corrette e in armonia con le linee indi­viduali di sviluppo del figlio, queste scelte non saranno ritenute valide e ac­cettabili dalla famiglia, solo perché verranno considerate estranee alle fanta­sie, alle aspettative e alle norme familiari e collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eccessiva importanza riconosciuta dai genitori a regole rigide riguar­danti le quantità di cibo, le calorie, gli intervalli tra i pasti, la paura della superalimentazione o della sottoalimentazione, la pretesa di adeguare il bambino a standard di perfezione estranei al figlio, hanno l’effetto di rendere il bambino non un individuo diverso da ogni altro, ma un “meccanismo alimentare” da cui si pretendono determinate prestazioni, indipendenti dalla sua natura e capacità. A queste regole, imposte da genitori ansiosi e osses­sivi, molti bambini non potranno ribellarsi. Il disagio di questi bambini, accumulatosi nel tempo, si manifesterà poi nei vari quadri della patologia alimentare. Potranno rifiutare il cibo, attraverso un comportamento anores­sico, o sul versante opposto, adeguarsi alle richieste genitoriali, alimentan­dosi in modo indiscriminato e continuo, attraverso un comportamento alimentare compulsivo o bu­limico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tratto da; <strong>Montecchi F.</strong> <em>Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,c</em>urare Franco Angeli editore Milano 2009</p>
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