Archivio per ‘Disturbi del comportamento alimentare’

Esordio del disturbo alimentare

mercoledì, luglio 8th, 2009

Le trasformazioni adolescenziali e l’esordio del di­sturbo alimentare

Questo complesso intreccio di trasformazioni fisiche, endocrinologiche e psicologiche, che scandisce il normale passaggio adolescenziale, può far emergere manifestazioni morbose, tipiche di quest’età il cui fulcro è costi­tuito dal tema corporeo. La fisiologica “crisi adolescenziale”, in particolari situazioni, nelle quali è evidente un antico disagio del bambino/a e della fa­miglia, assume differenti caratteristiche patologiche, dove la scelta del lin­guaggio sintomatico cambia in base a una complessa rete di variabili indivi­duali, familiari e sociali.

La risposta che la famiglia fornisce ai cambiamenti dell’adolescente e il modo con cui ne accoglie la nuova presenza corporea assumono un’impor­tanza fondamentale. La gratificazione, la rassicurazione, il rinforzo positivo sono i presupposti basilari per mantenere questo momento critico entro am­biti di normalità, che diverrebbero patologici se la famiglia rispondesse in­vece con la svalutazione, con la derisione e con la richiesta di una corporeità non rispondente all’individualità del giovane, ma al mondo interno dei geni­tori e alla loro idealizzazione dei figli.

Se l’adolescente ha, fin dall’inizio della sua storia, fatto esperienza di una madre sufficientemente capace di adattarsi alle trasformazioni corporee della gravidanza e del parto e di accudire il corpo del figlio , potrà adat­tarsi senza troppi traumi alle trasformazioni fisiche, stabilendo un rapporto di cura e di confidenza con il proprio corpo. Pur riconoscendone i difetti (l’acne, i cuscinetti di grasso, le braccia troppo lunghe, il naso storto, ecc.), potrà imparare a prendersi gradualmente cura del suo corpo, cercando di mi­gliorarne quanto più possibile l’aspetto, accudendo in vari modi se stesso, come la madre aveva fatto con lui alla nascita. Ma se la prima esperienza di accudimento e di adattamento alle trasformazioni corporee è stata problema­tica, l’adolescente non potrà fruire di una buona esperienza appresa dalla propria madre, e si troverà privo di risorse a cui attingere.

È questo ciò che accade, nella patologia anoressica  e bulimica,dove la difficoltà con il corpo e con il cibo traduce, in un linguaggio somatico e concreto, le diffi­coltà vissute con le percezioni corporee, con le emozioni e con le relazioni; la difficoltà di relazione con il mondo diventa la difficile relazione con il cibo-mondo, le emozioni sono rilette come percezioni corporee, mentre le diverse pulsioni, specie quelle sessuali e aggressive, vengono ricondotte alla primitiva pulsione della fame. La dominanza di un’area problematica sulle altre, che si osserva all’esordio della sintomatologia, consente di evidenziare le diverse forme cliniche.

In una fase esistenziale nella quale bisogna uscire dalla famiglia ed entrare in relazione con il mondo esterno, l’adolescente traduce la sua dif­ficoltà a entrare in rapporto con un mondo sentito come pericoloso e perse­cutorio nella difficoltà di rapportarsi con il cibo. Il cibo-mondo è un oggetto fortemente desiderato e irraggiungibile, o minaccioso e cattivo che  non può far entrare dentro di sé o che deve vomitare dopo essersene nu­trita. L’oralità si carica di significati simbolici che riportano la ragazza alle prime fasi di vita, quando portare alla bocca un oggetto era il modo per co­noscerlo e quando attaccandosi al seno materno veniva in contatto con tutto ciò che era altro da sé. Il cibo diviene allora l’oggetto sul quale veicolare tut­te le difficoltà relazionali, trasformando la patologia delle relazioni in pato­logia del rapporto con il cibo.

L’emergere violento delle pulsioni sessuali e ag­gressive viene letto attraverso il linguaggio arcaico della fame. Come da bambina la fame e il rapporto con il cibo avevano permesso di esprimere un complesso intreccio di amore e odio, veicolando sensazioni piacevoli e spia­cevoli, così da adolescente  riutilizza questo linguaggio per co­municare agli altri il proprio mondo emotivo. La difficoltà di gestire queste pulsioni si traduce nella difficoltà di gestire la fame, che è la prima pulsione che il bambino ha sperimentato.

Negando la fame e obbligandosi al digiuno, l’anoressica nega un mondo emotivo che la spaventa e che non si sente capace di gestire in modo appro­priato. Anche la difficoltà a gestire le proprie emozioni, sentite come inac­cettabili e incontrollabili, utilizza la veste concreta del cibo e del corpo. Il rapporto difficile con le proprie emozioni assume le caratteristiche di un rapporto problematico con il proprio corpo, rievocando quella fase neonatale in cui le emozioni venivano rappresentate ed espresse attraverso le fruizioni fisiche e il contatto corporeo.

Parlando il linguaggio antico della fame, questa rete di difficoltà, in cui corpo, emozioni e relazioni sono le tre aree problematiche, assume un carat­tere regressivo che tenta di negare il processo trasformativo dell’adolescenza. Rifiutando di nutrirsi, l’anoressica rifiuta anche di crescere e di assumere la sua nuova identità. Lo sviluppo puberale obbliga infatti il ragazzo e la ra­gazza a una trasformazione corporea che prescinde dalla volontà e che asse­gna loro un’identità sessuale ineluttabile.

Soprattutto nel caso della ragazza, l’assunzione di un’identità femminile può essere sentita come particolar­mente rischiosa perché la espone a un ri­schio di dipendenza e perché la obbliga a “coabitare” con un corpo femmi­nile, che già dalle prime fasi di vita, attraverso il rapporto con la madre, è stato vissuto in modo problematico. La perdita del corpo infantile e l’acqui­sizione di inequivocabili tratti sessuali può essere percepita come una pro­fonda ferita narcisistica, che la incatena a un femminile-materno problema­tico; attraverso la negazione del corpo e dei suoi aspetti sessuati, l’anores­sica e la bulimica cerca di superare questa frustrazione.

Con la sua totale negazione del corpo, del sesso, della morte, lancia una grande sfida, facendo entrare la morte nel cuore della vita. In tal modo porta alle estreme conseguenze quel processo di sfida e di metamor­fosi, intesa come morte di alcune parti per la rinascita di altre, che è l’a­spetto caratteristico dell’adolescenza.

Tratto da; Montecchi F. Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,curare Franco Angeli editore Milano 2009

I bambini ed il cibo

mercoledì, luglio 8th, 2009

“il cibo-mondo”?

L’alimentazione ,costituendo il primo rapporto del bambino con il mondo esterno, svolge una funzione essenziale fin dalla nascita. Non è legata soltanto al bisogno di essere nutrito, un biso­gno interno necessario al mantenimento della vita, ma costituisce anche un importante veicolo di relazione, sana o patologica, con il mondo esterno. alle prime fasi di vita, quando attaccandosi al seno materno veniva in contatto con tutto ciò che era altro da sé e portare alla bocca un oggetto era il modo per co­noscerlo. Il cibo diviene allora anche  l’oggetto sul quale veicolare tut­te le difficoltà relazionali, trasformando la patologia delle relazioni in pato­logia del rapporto con il cibo. Assume, quindi, un ruolo centrale nella vita del bambino e successivamente in quella dell’individuo adulto.

Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa attraverso l’a­limentazione, che, oltre a costituire per il bambino una modalità relazionale estremamente importante, lo apre alla conoscenza del mondo. Ma l’alimento da ingerire,  rappresenta anche il mondo nella sua globalità: mangiare diviene un modo per afferrare il mondo e la zona orale non è solo fonte di piacere, ma anche di conoscenza della realtà  e veicolo di espressione del disagio.

I bambini accettano volentieri gli alimenti,anche nuovi, quando hanno il piacere della conoscenza e della scoperta del mondo  e delle relazioni nel mondo, di cui il cibo è una espressione reale e simbolica . La prima esperienza che il bambino fa del cibo sarà,poi, la base delle relazioni col mondo. Fin dalla nascita, nell’essere nutrito, dalla figura materna impara il senso del piacere : il cibo buono, oltre a soddisfare il gusto e l’appetito gli rinforza l’immagine positiva delle cure materne, da cui impara il piacere e il dispiacere  nello stare al mondo  e lo esercita alla affettività e a reggere le frustrazioni e la sofferenza , al provare affetti, emozioni,e,più tardi ,a viversi una buona affettività e sessualità

Ma, nella patologia anoressica  e bulimica, la difficoltà con il corpo e con il cibo  è la traduzione, in un linguaggio somatico e concreto, delle diffi­coltà vissute con le percezioni corporee, con le emozioni e con le relazioni; la difficoltà di relazione con il mondo diventa, allora, la difficile relazione con il cibo-mondo.

Quando il “cibo  diventa un “ persecutore minaccioso”

Se ,tuttavia , gli eventi interni o esterni, le cure che riceve non garantiscono certezza, sviluppa da ciò che è nuovo,  sentimenti di minacciosità,intrusione ,invasione della sua individualità. Tali vissuti persecutori nel rapporto con il mondo vengono fatti convergere  sul cibo,che è stato nella  vita il primitivo rapporto col mondo,divenendo persecutorio e minaccioso,e, da tutto ciò, dovrà, poi, proteggersi.

Tratto da; Montecchi F. Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,curare Franco Angeli editore Milano 2009

I bambini e il mangiare

mercoledì, luglio 8th, 2009

I bambini e il mangiare: il rapporto con il cibo come rapporto con il mondo

Ogni bambino presenta uno schema individuale di alimentazione, di ac­crescimento così come è fornito di un modello individuale di personalità. Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa attraverso l’a­limentazione, che, oltre a costituire per il bambino una modalità relazionale estremamente importante, aprendolo alla conoscenza del mondo, è anche la prima rappresentazione di uno spazio decisionale tipicamente individuale. Ma l’alimento da ingerire, oggetto della fame, rappresenta anche il mondo nella sua globalità. Mangiare diviene un modo per afferrare il mondo, mentre espellere ed evacuare equivalgono a produrre e creare. La zona orale assume il valore di zona “gnosogena”, perché non è solo fonte di piacere, ma anche di conoscenza della realtà, come mostrano i miti, le fiabe e i sogni. Tanto il bambino quanto l’adulto possono, infatti, esprimere il desiderio di possedere e introiettare gli oggetti del mondo attraverso la voglia di mangiarli (Neumann 1949, 1963).L’atto del nutrire  e dell’alimentarsi non è solo soddisfare un bisogno per garantire la sopravvivenza ma è dall’inizio della vita un atto di relazione affettiva ma anche  sociale e di comunicazione. Connotato di valori emotivi e di ricezione di informazioni, il cibo rende persona umana differenziata dal mondo animale. È quindi necessario individualizzare l’educazione del comportamento alimen­tare, precursore di ogni successiva forma individuale di espressione e di sviluppo. Il bambino ,nell’essere nutrito, dalla figura materna impara il senso del piacere :il cibo buono oltre a soddisfare il gusto e l’appetito gli rinforza l’immagine della mamma buona da cui impara il piacere e il dispiacere  nello stare al mondo  e lo esercita alla affettività ,al provare affetti emozioni,e,più tardi ,a viversi una buona sessualità.

Il senso del gusto e del piacere alimentare  sviluppa attraverso una trasmissione transgenerazionale,divenendo veicolo della trasmissione di valori sociali,cultuali ,affettivi, ma anche  intragenerazionale come conoscenza,scambio,emulazione.Gia intorno ai 3-5-anni i bambini hanno gia consolidato i loro orientamenti alimentari e la ritmicità dell’apporto alimentare(colazione ,pranzo,cena)Ma tutto ciò non avviene attraverso un insegnamento razionale,ma attraverso la condivisione e l’esempio dato dai genitori e la spiccata tendenza che il bambino ha ad imitare:i bambini accettano volentieri alimenti nuovi non su sollecitazione ma perché li vedono consumare dai propri genitori o da altri bambini (Rosati,Generoso 2006).Per ciò, ai genitori viene suggerito di non preoccuparsi dei rifiuti, evitare che il cibo sia una fonte di ansia e di  far amare la tavola,  di proporre i cibi in tavola apparecchiata in una atmosfera piacevole ,non da soli,mettendo in conto che nel corso della crescita  episodiche avversioni per certi cibi sono fisiologici:le condotte fisiologiche del mangiare,evacuare,dormire ,in condizioni di buona salute,se lasciate funzionare spontaneamente non creano problemi,mentre si modificano in eccesso o in difetto quando diventano prioritariamente uno strumento di comunicazione o contenitori di emozioni sgradevoli .  Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri i loro schemi educativi e le loro con­vinzioni alimentari, questa prima forzatura della personalità del bambino troverà successivamente il suo equivalente nel mancato riconoscimento delle sue scelte di vita. Nonostante siano corrette e in armonia con le linee indi­viduali di sviluppo del figlio, queste scelte non saranno ritenute valide e ac­cettabili dalla famiglia, solo perché verranno considerate estranee alle fanta­sie, alle aspettative e alle norme familiari e collettive.

L’eccessiva importanza riconosciuta dai genitori a regole rigide riguar­danti le quantità di cibo, le calorie, gli intervalli tra i pasti, la paura della superalimentazione o della sottoalimentazione, la pretesa di adeguare il bambino a standard di perfezione estranei al figlio, hanno l’effetto di rendere il bambino non un individuo diverso da ogni altro, ma un “meccanismo alimentare” da cui si pretendono determinate prestazioni, indipendenti dalla sua natura e capacità. A queste regole, imposte da genitori ansiosi e osses­sivi, molti bambini non potranno ribellarsi. Il disagio di questi bambini, accumulatosi nel tempo, si manifesterà poi nei vari quadri della patologia alimentare. Potranno rifiutare il cibo, attraverso un comportamento anores­sico, o sul versante opposto, adeguarsi alle richieste genitoriali, alimentan­dosi in modo indiscriminato e continuo, attraverso un comportamento alimentare compulsivo o bu­limico.

Tratto da; Montecchi F. Il cibo mondo  persecutore minaccioso-i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia e l’adolescenza-per comprendere,valutare,curare Franco Angeli editore Milano 2009

Anoressia e Bulimia ed esperienze di abusi nell’infanzia

lunedì, gennaio 28th, 2008

Nella nostra di esperienza del lavoro con bambini(Montecchi 2002,2004) abusati e con  i/le giovani con DCA è un rilevo frequente l’incrocio tra queste due condizioni ma non è solo con l’abuso sessuale che si incrocino i problemi alimentari ,ma ,soprattutto,con gli abusi che hanno il corpo come area coinvolta nell’abuso..Maltrattamento fisico, abuso sessuale, sindrome di Münchausen per procura sono forme di abusi ai bambini che hanno come tema centrale la corporeità, sia come area su cui agisce l’abuso, sia come strumento attraverso cui è espresso il disagio, compromettendo la costruzione della immagine e della percezione corporea Nelle pazienti con DCA, che nella loro storia hanno avuto esperienze infantili di abusi, il disturbo alimentare acquista una connotazione protettiva molto più evidente che nelle altre pazienti anoressiche o bulimiche. Il desiderio di mantenere un corpo infantile diviene la strategia utilizzata per sottrarsi sia al richiamo delle aree pulsionali emergenti, sia all’interesse fisico dell’abusante.Chiudendola al richiamo della “carne”, propria e dell’abusante, la fobia del peso e del cibo permette loro di controllare un corpo un tempo usato, violato e umiliato, reso ora ripugnante e sempre meno visibile per evitare un contatto umano perverso. In quegli abusi cui fa seguito una patologia alimentare, la negazione del cibo e dei bisogni alimentari diventa così la metafora della negazione di ciò di cui si ha bisogno e che proviene dall’esterno, la negazione del bisogno dell’altro, dal momento che l’altro si è rivelato inaffidabile e traditore. Il cibo rifiutato corrisponde quindi al rifiuto del mondo, quel mondo che ha permesso il contesto abusante in cui la bambina è stata costretta a vivere.

La mortificazione della carneIl tradimento perpetrato dalla corporeità, tipico delle dinamiche psichiche adolescenziali, se appare amplificato nei vissuti delle pazienti anoressiche, in quelle abusate acquista toni ancora più intensi e drammatici. Il corpo ha, infatti, predisposto in passato queste adolescenti a un’esperienza di tradimento, per difendersi dalla quale hanno poi messo in atto delle strategie comportamentali, di cui può far parte anche l’instaurarsi di un disturbo alimentareProprio per i profondi mutamenti cui va inesorabilmente incontro, il corpo rappresenta agli occhi dell’adolescente un aspetto di sé vulnerabile e traditore che va mortificato, ma contemporaneamente rimane la fonte di sensazioni forti anche se dolorose, come la perversa erotizzazione del digiuno, della iperattività fisica, dell’abbuffata e del vomito, che divengono un abnorme atteggiamento difensivo contro tutto ciò che il rapporto con il cibo rappresenta. Dietro la relazione con un cibo vissuto come pericoloso e intrusivo si celano infatti tutti i rapporti con gli oggetti esterni, sperimentati come intrusione sessuale, fisica o mentale.Nei vissuti di questi bambini, i pensieri, le emozioni e le azioni dell’adulto abusante sono rimasti dei corpi estranei, innestati nell’apparato mentale dei pazienti, conservando nel tempo il loro carattere di inappartenenza all’ambiente emotivo che, suo malgrado, li ospita. La loro mancata “digestione” emotiva li consegna all’impossibilità di essere “metabolizzati”, cioè elaborati e, quindi, dimenticati. Come un corpo estraneo, l’abusante occupa gran parte dello spazio mentale del bambino, da cui è vissuto come un persecutore onnisciente che rimane incistato nella psiche e quindi non “digerito”, quindi non “assimilato”, non “escreto”, impossibile da dimenticare. Inibita la via “digestiva” non resta che la via del digiuno o del vomito.

Il contributo della “Cura del Girasole- OnlusIl Centro Clinico di Roma ,via Gregorio VII 186 può offrire consulenza clinica ai giovani e famiglie con possibilità di realizzare progetti terapeuticiAccoglienza telefonica psicologica tel. 06-39911284  Segreteria tel. 06-6381992 onlus@lacuradelgirasole.it

A cura di Francesco Montecchi

Neuropsichiatria, psicologo-analista

tel.0639376484

mail montecchif@lacuradelgirasole.it

Tratto dal libro di :F. Montecchi

“Dal bambino minaccioso al bambino minacciato.Gli abusi sui bambini e la violenza: prevenzione, rilevamento e trattamento”

Franco Angeli Editore

Anoressia, bulimia e gravidanza

venerdì, gennaio 25th, 2008

Disturbi e complicanze della gravidanza

La gravidanza è una situazione nella quale le preoccupazioni per l’alimentazione e il peso aumentano, perché c’è di mezzo oltre al proprio corpo lo sviluppo equilibrato di quello del nascituro. Se però la futura madre soffre di qualche disturbo dell’alimentazione, dalla bulimia nervosa all’anoressia, piuttosto frequenti tra le donne giovani, fino agli ancora più comuni disordini atipici, il caso è diverso e più complesso. Nel senso che la gravidanza può complicare questi quadri e i cambiamenti corporei possono generare maggiore ansia rispetto all’aumento di peso, portando a un peggioramento; d’altra parte i timori per le conseguenze per il feto potrebbero invece indurre un loro miglioramento. Ci sono poi problemi d’altro tipo, legati per esempio alle irregolarità mestruali, frequenti nelle donne con bulimia o anoressia. Mentre nella bullimia possono presentarsi rari casi d’infertilità, nella anoressia sono frequenti le difficoltà di concepimento; all’opposto l’

irregolarità e i periodi di assenza del ciclo mestruale possono far pensare alla donna che non rimarrà incinta e questo può comportare un utilizzo inadeguato della contraccezione e il rischio di gravidanze non volute. Aspetti diversi, dunque, con conseguenze per gli approcci diagnostici e terapeutici, ricapitolati in un articolo sul Bmj.

Dal disturbo alimentare alla depressioneL’evidenza, viene premesso, è di un andamento variabile per le donne con disturbi dell’alimentazione passati o presenti che entrano in gravidanza. Questi possono rimanere invariati, migliorare e anche ripresentarsi specie nei primi sei mesi post-partum; in uno studio su oltre 12 mila gestanti con disordini di questo tipo in effetti sono risultati in genere miglioramenti, ma le stesse donne hanno mostrato continua preoccupazione e ansia per il proprio peso, maggior ricorso a diete, a lassativi, ad attività fisica e persino ad autoinduzione del vomito rispetto alle altre gestanti. Ci sono conseguenze per il feto e la gravidanza? Per il primo come per la madre, pur con evidenze limitate, ci sarebbe un piccolo eccesso di rischio, specie nel caso dell’anoressia. In una recente ricerca donne anoressiche e/o bulimiche avevano una maggiore probabilità di aborto e le anoressiche di avere bambini sottopeso, complicanze presenti in un’altra ricerca insieme con microcefalia e parto pretermine anche nelle bulimiche e donne con disordini alimentari atipici. Le neomadri sono più soggette a turbe psicologiche, depressione dopo il parto, anemia, iperemesi gravidica (eccesso di vomito e nausea), problemi di recupero post-episiotomia. Di rilievo soprattutto per la sua frequenza il rischio di depressione post-natale: un fenomeno diffuso, al quale si ritiene siano più esposte proprio le donne con disordini dell’alimentazione e sottostanti turbe affettive, maggiormente tendenti anche a ricadute di tali disturbi dopo il parto. Tra l’altro sembra che le neomadri con disturbi alimentari interrompano l’allattamento prima delle altre. Non si può tralasciare infine l’

atteggiamento più conflittuale di queste donne durante i pasti dei figli, i quali tendono a pesare di meno quanto più le madri sono preoccupate per il proprio aspetto corporeo.

Il ruolo del supporto psicologicoCome gestire quindi al meglio i disturbi dell’alimentazione prima, durante e dopo la gravidanza? Innanzitutto bisogna riconoscerli perché non sempre sono evidenti e quelli atipici possono sfuggire ai classici criteri dell’anoressia e della bulimia nervose. Il counselling preconcepimento e la prima visita prenatale sono buone occasioni per la ricerca di turbe alimentari, valutando indice di massa corporea, ansia per peso e sovrappeso, irregolarità mestruali, sintomi gastrointestinali, fame compulsiva o vomito ripetuto, problemi psicologici, assunzione di farmaci come lassativi, anoressizzanti, diuretici; andrebbe anche suggerito di ritardare la gravidanza a problema affrontato e curato, infine è utile un’educazione preparatoria su cambiamenti corporei, nutrizione e problemi gravidici come l’iperemesi. Le donne con una storia di disordini alimentari dovrebbero essere seguite più assiduamente durante la gestazione e dopo il parto, offrendo anche supporto psicologico e monitoraggio fisico. Dopo il parto le preoccupazioni vanno estese all’allattamento, per il quale andrebbe previsto un ulteriore supporto contro il rischio d’

interruzione precoce, e alla possibilità di ricadute dei disturbi alimentari che si possono combattere con terapie psicologiche, farmacologiche e gruppi di auto aiuto.

Fonte: Doctornew33, il quotidiano web del medico italiani.

Anoressia, bulimia ed il dentista

venerdì, gennaio 25th, 2008

ANORESSIA e BULIMIA, COSA C’ENTRA IL DENTISTA ?

Che cos’è l’anoressia nervosa?

E’ caratterizzata dal rapporto problematico con il corpo o/e con il cibo, derivante dal timore di diventare grassi, anche in presenza di una oggettiva magrezza o normalità.

Cos’è la bulimia?

Se il paziente anoressico è un affamato che lotta con la fame attraverso un rigido controllo, il paziente bulimico perde il controllo e viene posseduto dalla sua voracità.Il disturbo si manifesta con episodi di abbuffate alimentari seguiti da comportamenti finalizzati ad evitare l’aumento di peso attraverso il vomito autoindotto, lassativi, diuretici, intensa attività fisica. Quando la sintomatologia del Disturbo del Comportamento Alimentare (Anoressia e Bulimia) si accompagna all’utilizzo del vomito autoindotto si determinano alterazioni e lesioni nellapparato dentale, di cui i pazienti soffrono le conseguenze anche a distanza di tempo, sia per danni estetici che funzionali.

Che effetti hanno gli atteggiamenti purgativi sui denti?

Le erosioni dentali

L’acidità del succo gastrico la causa del processo di demineralizzazione.I succhi gastrici si accumulano tra le papille della lingua, e i movimenti di questa permettono alle sostanze acide di penetrare nelle microporosità della struttura dentale dando quindi inizio alla demineralizzazione.Il costante passaggio dei succhi gastrici nel cavo orale rende continua la perdita di sostanza dentaleLa gravità delle erosioni risulta quindi, direttamente proporzionale al numero giornaliero di episodi di vomito.L’integrità dello smalto viene ulteriormente compromessa dal vigoroso spazzolamento, eseguito dopo ogni emesi (vomito) al fine di eliminare residui di vomito e la sgradevole sensazione organolettica che da esso deriva.

Le frattura dei margini dei denti incisivi

Il gruppo frontale dei denti superiori il più suscettibile alle erosioni. Ciò dipende da due fattori fondamentali:   l’esiguo spessore dei denti anteriori,   la posizione assunta per vomitare.Inizialmente viene interessata la superficie palatale, a lungo termine si manifesta un frastagliamento dei margini incisali e la conseguente frattura.

L’aumento della sensibilità dei denti: Lo smalto del dente ha una funzione protettiva. La sua perdita porta alla esposizione della dentina. La conseguenza un netto aumento della sensibilità.

Alterazioni esteticheSono la conseguenza della erosione. Inizialmente gli incisivi appaiono seghettati. Con la continua perdita di tessuto, i denti si accorciano facendo perdere al sorriso armonia ed estetica.In un secondo momento, anche gli elementi latero-posteriori (premolari e molari) perdono tessuto fino alla totale eliminazione delle cuspidi (appiattimento dei denti). Questo porta ad una diminuzione della dimensione verticale (aspetto vecchieggiante).

Diminuzione delle capacità masticatorieLa perdita delle cuspidi di premolari e molari porta ad una non fisiologica masticazione di tipo ruminante.

A quali conseguenze si pu arrivare?

Problemi articolari

La continua diminuzione della dimensione verticale, e la perdita della guida canina (i canini sono i denti che guidano i movimenti di lateralità) alterano gravemente la funzionalità delle articolazioni temporo-mandibolari.

Cosa può fare il dentista?

Informare

Fondamentale che i professionisti che si occupano di Disturbi del Comportamento Alimentare, pazienti e le famiglie siano informate delle conseguenze del campo dentale.

Monitorare

Il costante monitoraggio permette di intercettare le lesioni evitandone il peggioramento.

Proteggere le superfici dentali erosepossibile diminuire o annullare lipersensibilità dei denti tramite l’utilizzo di apposite soluzioni.In casi medio gravi si utilizzeranno materiali ricostruttivi estetici (compositi).

Ripristinare le funzioni masticatorie ed esteticheTramite l’utilizzo dei compositi si possono ricreare superfici masticanti efficaci. La loro capacità adesiva permette un atteggiamento estremamente conservativo.In casi complessi, con grave perdita tessutale e di dimensione verticale il trattamento sarà fondamentalmente protesico.

a cura del Dott. Pietro Paolo MONTECCHI

Odontoiatra

Studio Montecchi

Via San Silverio n.33, Roma

Tel 335-6804138 , Tel 06-39378761

mail p.montecchi@libero.it

 

 

Per facilitare la precocità del riconoscimento dei disturbi ed il corretto intervento:

Centro Clinico della “La Cura del Girasole-Onlus”

Via Gregorio VII-RomaE’attiva per le famiglie e professionisti dell’infanzia un servizio di consulenza telefonica

tel 06-39911284;

segreteria  tel. 06-6381992 – fax 06-393864

La riabilitazione nutrizionale

venerdì, gennaio 25th, 2008

La riabilitazione nutrizionale nei pazienti affetti da DCA si articola in fasi differenti a seconda della gravità dello stato nutrizionale del paziente. Nei casi più gravi con importante squilibrio metabolico è necessario il ricovero ospedaliero per ripristinare un minimo di substrati metabolici al fine di scampare l’imminente pericolo di vita. Il programma terapeutico applicato nelle strutture assistenziali dove vengono trattati i DCA, si avvalgono del modello psicoterapeutico psicodinamico associato alla riabilitazione nutrizionale.

La modalità organizzativa del Centro Clinico della ONLUS “La cura del Girasole“, sia come supporto logistico che come equipe professionale è potenzialmente in grado di fornire un sostegno che rispetta la difficoltà ad alimentarsi, rifugge da induzioni o coercizioni per far ingerire il cibo,ma persegue l’obbiettivo di promuovere e proteggere la buona salute fisica ed emotiva nel rispetto delle risorse e delle possibilità dei pazienti.

Le figure professionali che intervengono di seguito elencati e svolgono ruoli specifici ognuno per la sua competenza.Il medico nutrizionista si occupa della valutazione dello stato nutrizionale (anamnesi, esame obiettivo, valutazione della composizione corporea mediante la plicometria), fabbisogno di nutrienti, programma dietetico da consigliare, periodico controllo dei parametri ematochimici indicatori dello stato nutrizionale, relazione clinica per il medico di famiglia, valutazione dell’eventuale necessità dell’intervento di altri specialisti clinici o/e dell’eventuale necessaria indicazione al ricovero presso una struttura sanitaria.

Il/la dietista si occupa della formulazione del piano dietetico sulla base delle indicazioni stabilite dal nutrizionista, tenendo conto delle necessità e dei desideri del paziente, mantiene un rapporto diretto con i pazienti fornendo le informazioni relative alla composizione degli alimenti, ai fabbisogni nutrizionali, e promuovendo l’educazione nutrizionale per questi soggetti. Può cooperare con gli psicologi nell’ambito del “gruppo” per “il pasto assistito” fornendo le informazioni relative ai cibi assunti sul loro valore nutrizionale. Il/la psicologo/a si occupa dell’assistenza al pasto (eventualmente con la presenza del/la dietista) e delle tecniche terapeutiche di pertinenza in collaborazione con lo psichiatra.Lo psichiatra si occupa del progetto terapeutico multidirezionato integrato in collaborazione con lo staff degli psicologi, secondo l’organizzazione propria del Centro Clinico. Il programma di riabilitazione nutrizionale da applicare in questi pazienti deve partire dal presupposto clinico che un soggetto malnutrito presenta tutta una serie di carenze nutrizionali che comportano in maniera più o meno grave delle serie difficoltà digestive dovute alla coesistenza di più fattori:alterazioni trofiche della mucosa intestinale molto simili a quelle che si verificano nelle intolleranze alimentari da deficit enzimatici conseguono allla prolungata ipoalimentazione o comunque un’ alimentazione squilibrata dal punto di vista nutrizionale. Infatti molti enzimi digestivi sono indotti dalla presenza del cibo stesso che deve essere digerito, per cui periodi di prolungata astensione dall’assumere certi alimenti fa si che l’intestino si “disabitui” a certi alimenti e quindi non produca più gli enzimi necessari a digerirli. Di conseguenza reintroducendo improvvisamente certi alimenti dopo lunghi periodi di mancata assunzione si determinerà l’insorgenza di disturbi intestinali tra cui il più frequente è rappresentato dal dolore addominale dovuto alla difficoltà digestiva realmente esistente e non come molti spesso erroneamente credono dovuta a comportamento da “evitamento” addotto dalla paziente per non alimentarsi. L’errore più frequente è quello di voler “offrire” qualunque tipo di cibo nella speranza che qualche cosa venga assunto, senza considerare che l’intestino non è pronto ad assumerlo. Spesso il passaggio da una patologia esclusivamente “restrittiva” ad una forma “purgativa” e un tentativo terapeutico che la paziente inconsapevolmente adotta per compensare un errore “iatrogeno” conseguente ad una riabilitazione nutrizionale fatta in modo scorretto, senza tenere conto dei complessi meccanismi biochimici che sono alla base del processo digestivo. Come nel neonato il quale nella fase iniziale della sua alimentazione ancora non è in grado di digerire tutti gli alimenti è funzionalmente paragonabile a all’intestino di queste pazienti, sia per le carenze dei nutrienti che regolano il trofismo della mucosa intestinale, sia per le carenze enzimatiche dovute al deficit proteico-calorico. I cibi sono introdotti poco alla volta, progressivamente, in modo graduale, passando da un alimentazione liquida, ad una semiliquida, semisolida e poi solida. è fondamentale tenere in considerazione una complicanza della rialimentazione troppo rapida: la “refeeding syndrom” caratterizzata da edema disprotidemico dovuto ad un troppo rapido introito di proteine in soggetto con malnutrizione proteico-calorica cronica, nel quale l’organismo ha attuato dei meccanismi biochimici di adattamento per cui un improvviso aumento della somministrazione di liquidi e/o proteine comporta un sovvertimento di questo pseudo – equilibrio, conseguentemente si osserverà edema declive con segno della fovea positivo (in regione perisacrale la mattina al risveglio dopo una notte al letto, e agli arti inferiori a fine giornata dopo prolungata postura eretta).Questa sindrome è dovuta al richiamo di liquidi nello spazio interstiziale determinato ad uno squilibrio tra pressione oncotica e pressione osmotica tra il compartimento ematico e lo spazio interstiziale. Il quadro clinico in rari casi può assumere aspetti gravissimi con “ansarca” (edema generalizzato) a grave rischio per la sopravivenza del soggetto. E’ quindi di fondamentale importanza che tutti gli addetti ai lavori abbiano delle nozioni base relative alle problematiche cliniche della riabilitazione nutrizionale. La riabilitazione nutrizionale nei DCA dovrebbe quindi procedere nei tempi e nei modi come nello svezzamento del neonato. Ogni qualvolta un alimento causa qualche problema si torna indietro alla fase precedente in modo da evitare disturbi intestinali, coliche gassose e disagi fisici che in queste pazienti sono poi amplificati ed ostacolano il processo di recupero psicofisico. Il modello teorico descritto appare tanto più valido anche alla luce di alcune teorie psicopatologiche che vedono alla base dei DCA una possibile fissazione/regressione nella fase dello svezzamento infantile, per cui è necessario ripartire da questa fase per poter andare avanti nel recupero psico-fisico del soggetto

A cura della Dott.ssa Francesca Romana MONTECCHI

Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Nutrizione Clinica

Consulente presso il

Centro Clinico ”La cura del girasole”  ONLUS

Via Gregorio VII 186, RomaTel. 06-6381992

Anoressia , bulimia e abuso

sabato, gennaio 12th, 2008

Capita spesso di incontrare adolescenti e giovani adulti che  manifestano un  disturbo del comportamento alimentare ma non altrettanto spesso , gli stessi, parlano di eventuali esperienze di abuso  sessuale  o maltrattamento fisico o altre forme di abuso subite in un momento della loro vita, vicino o lontano all’esordio del disturbo alimentare stesso.

E’ possibile un confronto tra chi ha avuto queste esperienze? Potebbe essere utile e utilizzabile per molte persone!

I Disturbi del Comportamento Alimentare

sabato, dicembre 22nd, 2007


I disturbi del comportamento alimentare esprimono in modo diverso un disagio emotivo grave.

E’ importante sapere che:

• Non si è soli in questa sofferenza ma sono patologie  che colpiscono milioni di persone

• Si può guarire e ritrovare una buona qualità di vita, ma per far ciò si deve decidere di curarsi

• Quando la patologia ha un’insorgenza precoce e una durata significativa, il disagio emotivo e i danni sono più severi

• I genitori sono il fulcro del benessere e del malessere dei propri figli

• Per questa ragione sono una risorsa terapeutica fondamentale ed  è indispensabile prevedere anche una loro presa in carico all’interno  di un percorso di cura

• I familiari e gli amici non possono curare da soli  chi ne è affetto ma possono individuare dei luoghi di cura e indicarli con fermezza a chi ne ha bisogno.

• I Disturbi del Comportamento Alimentare non sono un capriccio, ma malattie psicologiche e non dell’alimentazione. 

• Ogni ritardo nell’affrontare un percorso terapeutico aggrava la malattia e provoca gravi danni fisici e psicologici

La Onlus intende offrire strumenti di aiuto, all’individuo , alla famiglia attraverso le seguenti attività:

1. Valutazione diagnostica psicologica e nutrizionale

2. Psicoterapie individuali  e familiari:

a)    Psicoterapia  individuale

b)   Sand Play Therapy individuale(Gioco della sabbia di D.Kalff)

c)    Psicoterapia familiare

3. Trattamenti in gruppo 

a)    Gruppi di auto- aiuto per adolescenti

b)    Gruppi di auto- aiuto per genitori ( anche separati)

c)    Psicodramma

d)    Gruppi di art therapy  bambini e adolescenti

e)    Musicoterapica  individuale e di gruppo

4.  Laboratori 

a)  Laboratorio terapeutico “ crea il tuo film” “,(visione dii film e selezione di scene  da assemblare e modificare secondo la percezione e le esigenze personali ,dando vita ad un “ proprio film”, arrivando poi ad un confronto di gruppo . Il percorso permetterà di esplicitare i vissuti personali e di tentare una trasformazione di essi  e la  ricerca di  un miglior equilibrio ).

b) Videoconfronting, (attraverso l’utilizzazione del computer e della realtà virtuale permette di aiutare a percepire la quota di distorsione percettiva che si ha delle proprie dimensioni corporee)

c)  Riabilitazione alimentare